Tra i fili di Aracne, di Vittorio Continelli e Marialuisa Bafunno, e le “Cartoline dei morti”, di Franco Arminio. Intermezzo a tema: caciovallo “impiccato” e birra “Disperatissima” in quel di “Torre disperata”…

Immaginate una domenica con la sveglia puntata alle 7 del mattino.

Ecco, messa così, somiglia più ad un disperatissimo lunedì.

E invece quella che sto per raccontarvi è una domenica più domenica delle altre.

Una terapia consumata tra i colori, i racconti, la mitologia, la musica, le lunghe passeggiate, i fili di Aracne e i lamenti di Erigone.

Le nostre facce disperate ed assonnate si sono incrociate alle 8 in punto, nei pressi del Castel Del Monte, con gli energici organizzatori del Festival della Disperazione, che invece non sembravano subire il richiamo di Morfeo, loro che di stanchezza accumulata avrebbero dovuto provarne il doppio di noi. Invece, con più entusiasmo che voce, ci chiamavano a raccolta e ci davano le indicazioni sul da farsi. Appena la caffeina ha iniziato a presentarci i suoi effetti, ci siamo rimessi in macchina per recarci sulla Murgia. Ad accoglierci c’era l’Associazione “il Nocciolo”, che ci ha spiegato per filo e per segno flora e fauna del percorso che avremmo affrontato. Ci hanno detto che sarebbero stati cinque km all’andata ed uno al ritorno, che avremmo incontrato diverse storie, che avremmo dovuto restare uniti, che ci saremmo divertiti. E così è stato.

Lungo il percorso erano state impiantate scenografie e seminati racconti, tutti interpretati dall’ottimo Vittorio Continelli, attore pregevolissimo, che ha fatto “del cappio al collo” il filo rosso di queste storie.

Prima narrava l’aspra lite tra Atena e Aracne, fanciulla talentuosa e sfortunata che, a seguito della sua impiccagione, si era trasformata in un ragno che avrebbe danzato e tessuto fili per l’eternità. Poi era il turno della storia di Erigone, giovane donzella abusata dal Dio Dioniso, la quale, attraverso il suo sacrificio legato ad un albero, aveva inventato le altalene su cui si sarebbero adagiate le fanciulle che avrebbero voluto ricordarla. L’atmosfera era impreziosita dalla suggestiva recitazione di Marialuisa Bafunno, che prima si faceva Aracne e poi Erigone, ora si liberava dalle sue tessiture di ragno regalandoci i suoi fili e ora spariva all’orizzonte da vagabonda errante. Straordinaria anche la parentesi musicale, momento nel quale siamo stati chiamati ad avventurarci nei campi aperti, dove ad attenderci c’era una mini orchestra, con Vittorio che si rivolgeva a noi come fossimo Ateniesi e Marialuisa che ci passava attorno con le vesti imbrigliate dai fili, alimentando la suggestività dell’atmosfera. Al termine dei 5 km, giungevamo finalmente a destinazione: Torre Disperata. Nomen, omen? No, non questa volta. Lì la disperazione era solo nelle nostre facce esauste, mentre tutto il resto si colorava e ci veniva incontro col sorriso. Il filo rosso di Vittorio, nel frattempo, continuava a srotolarsi fino all’ennesimo impiccato, questa volta però con sembianze diverse dalle precedenti: era il caciocavallo podolico, offerto con pane e miele dai ragazzi di Hops, assieme alla mascotte del festival – la Birra Disperatissima.

È stato quindi il turno di una pausa ricreativa, quattro chiacchiere e il vento della Murgia a spostarci i capelli.

Una volta saziati e dissetati, ci hanno invitati a sederci attorno a quello che sembrava un foro Romano abbandonato. Arrivava dunque il turno di Franco Arminio. Un poeta strano, un narratore bizzarro, un uomo che è subito riuscito a catturare tutti con la sua schiettezza e la sua sagace ironia. Prima di iniziare, però, ha voluto sapere le nostre origini geografiche. Ad una domanda che pareva banale, tuttavia, sono giunte risposte tutt’altro che scontate: abbiamo così scoperto che le vite che in quel momento formavano un cerchio poco regolare venivano dalle Canarie al Trentino, dalla Sicilia a Ruvo, da Barletta ad Andria.

Dopo essersi liberato da questa curiosità, Arminio ha incominciato a leggerci storie paradossali, tratte dal libro “cartoline dai morti”: un insieme di ipotetiche bizzarre cartoline che i morti manderebbero ogni giorno a quelli dell’aldiquà. Poi ci ha mosso un’altra richiesta apparentemente strampalata: ha chiesto che un rappresentante per ciascun paese leggesse quelle stesse storie nella propria lingua o nel proprio dialetto. E così siamo riusciti a comprendere quante sfumature si porti dietro una lingua, legate al sudore di quel paese, ai suoi vissuti e alla sua storia. E, tra una risata e l’altra, Arminio ci ha mostrato come una stessa storia, raccontata in spagnolo o in molfettese, sembrasse provenire da due penne differenti. Poi, dopo diversi racconti e poesie tratte da altri suoi libri, ci ha sollecitati a fare una cosa che, purtroppo, non si fa quasi più: cantare tutti insieme.

“Stiamo perdendo i canti”, ci ha detto, con un nodo alla gola.

È a quel punto che ci ha invitato a scegliere un canto popolare tipico del nostro paese, poi uno popolare della nostra nazione, poi uno che ci stringesse tutti i cuori. Ed è per questo che abbiamo iniziato con “San Rccard”, continuando con “Azzurro” e finendo con “Bella, Ciao!”. L’atmosfera sudava bellezza e, ad un certo punto, ci sentivamo improvvisamente più intimi, come se ci fossimo conosciuti tutti da sempre. È proprio vero che non si canta più, penso.

Franco ci saluta e l’orologio ci ricorda che è molto tardi. Più di quanto potessimo immaginare. Da lì a poco sarebbe venuto il turno di Erri De Luca e noi eravamo ancora tanto distanti, sporchi ed esausti. Eppure ridevamo tutti e nessuno aveva la benché minima voglia di preoccuparsi. Eravamo troppo pieni per provare ansia o cosa. Le cose belle ammazzano il tempo, non la noia. Te lo rapiscono e te lo riconsegnano già quando è tardi. Sono fatte così, è il loro modo di agire. A noi tocca solo farci travolgere e ridere, penso.

E quella mattina le cose belle erano in escursione sulla Murgia, con le scarpe da ginnastica e il cappellino.

Disperate, sì, ma felici.

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Luca Ribatti
Sono nato ad Andria nel 1993. Laureato in "Economia delle imprese e dei mercati" all'Università Cattolica di Milano dove, attualmente, studio per un Master of Science in Economics. Durante i miei studi ho sviluppato un particolare interesse per la Macroeconomia e per le Politiche Economiche; faccio parte del coordinamento nazionale dell'associazione "Rethinking Economics", nata per promuovere il pluralismo nei curricula accademici, di cui sono referente per la mia Università. Seguo con fervente passione la Politica Locale e, soprattutto, quella Nazionale. Credo fermamente nell'attivismo, nella dedizione e nella partecipazione. In fissa con la diffusione di sana informazione, passo la maggior parte del mio tempo ad indagare. Da diversi anni, tratto quotidianamente temi legati alla Religione e alla (a)Teologia. Finito il tempo libero per occuparmi di queste passioni, svolgo quella che è la mia attività principale: scrivere pezzi. Faccio Rap sotto lo pseudonimo di Dorian. Il resto lo scoprirete da soli.