La Transiberiana: viaggio in treno nella “terra che dorme”

Il capolinea è situato nella città di Vladivostok, ultimo lembo di terra russa affacciata sull’oceano Pacifico, nell’estremo oriente. Partendo da Mosca in treno ci si arriva dopo una settimana e dopo aver percorso 9288 km, attraversato due continenti e 7 fusi orari.

La ferrovia Transiberiana collegando le due estremità dell’immensa terra russa da Mosca a Vladivostok percorre anche la Mongolia e la Cina (Transmongolica) e nel tragitto sembra scavare nelle profondità di quella terra sconosciuta e misteriosa che è la “terra che dorme”, la Siberia.

Durante il percorso che attraversa 1000 stazioni, il panorama fuori dal finestrino incomincia con la visione delle città della Russia europea Mosca e Kirov, fino a Novosibirsk, per poi addentrarsi nel silenzio fatto di laghi e foreste, fiumi, steppa, tundra e taiga: il mistero siberiano.

Alla partenza, da Mosca, si respira ancora aria europea. Ekaterinburg, città posta in prossimità dei monti Urali, rappresenta la prima stazione di frontiera poiché a quaranta km è posto il confine tra Europa e Asia.

Il treno ha ormai abbandonato la Russia conosciuta al mondo per entrare nella taiga siberiana, un luogo fatto di abeti, conifere, renne e caprioli.

La terra che dorme accoglie il treno con il suo silenzio e il suo niente fatto di ghiaccio e freddo. La città di Novosibirsk è oggi la terza città russa e deve la sua esistenza alla ferrovia. 5 mila km la separano da Mosca. Dopo, solo deserto. Km e km di steppa siberiana con i suoi paesaggi fatti di betulle e scoiattoli. Irkutsk, altra importante stazione siberiana, è nota per essere vicinissima al lago più profondo  del mondo: il lago Baikal, che è la più grande riserva di acqua dolce del pianeta, un luogo incantato e pieno di mistero.

Dopo il lago, il treno che attraversa il silenzio siberiano giunge tra le montagne della Burazia, a Ulan-Udè. In questa città della Siberia meridionale la ferrovia Transiberiana si incrocia con la Transmongolica. Partendo da Ulan-Udè è possibile raggiungere la capitale mongola Ulan Bator e, attraversando il deserto del Gobi, entrare in Cina raggiungendo Pechino.

A volere la ferrovia che porta a Vladivostok, dove termina lo Stato più esteso del mondo, fu lo zar Alessandro III per rendere più facili gli scambi commerciali all’interno del suo impero russo. I lavori iniziarono nel 1891 con Nicola II e si conclusero nel 1916 dopo quasi vent’anni e oltre novantamila uomini impiegati.  Molti di essi, condannati ai lavori forzati, moriranno di freddo o fatica mentre operavano in condizioni proibitive.

Al termine dei lavori per rendere accessibile la terra che dorme, lo scenario geopolitico siberiano ne uscì cambiato. Grazie a questo treno era possibile arrivare in luoghi sconosciuti e impossibili da raggiungere fino ad allora, attraversando foreste, neve, costeggiando fiumi e soprattutto interrompendo il silenzio.

La Siberia, abbandonata e disabitata fino ad allora, iniziò a vivere. Molti russi europei si trasferirono nella regione con lo scopo di popolarla. Lungo le stazioni della ferrovia nacquero alcune città, Ekaterinburg,  Irkutsk e Novosibirsk.

Ancora oggi però la Siberia rimane la terra del mistero e del ghiaccio. Un luogo vastissimo pieno di risorse naturali in cui è possibile camminare per km senza incontrare nessun villaggio e senza tracce di modernità.

Il posto più freddo del pianeta, dove in inverno la temperatura raggiunge i -60 °, ma anche il luogo che ha ospitato i terribili Gulag, i campi di concentramento sovietici.

Qui, nella terra del mistero per quattro anni, tra le migliaia di prigionieri russi, vi fu anche Theodor Kroger, scrittore tedesco che cosi ricorda l’ignoto e il fascino di quei luoghi: «Non v’è paese che conosca alture più vaste o più profonde di abissi dell’anima umana. L’eternità della sapienza incomprensibile vi toglie ogni limite anche alla natura, che senza freno dona e uccide, sia alla magica luce delle ardenti “notti bianche”, sia nella perduta oscurità di furiose tormente di neve».

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