In fondo, la Terra rotola su se stessa, come una palla esposta al Sole di un Continente Nero tinteggiato da un colorato arcobaleno…

Minuto 82 di Egitto-Camerun, il neo entrato Vincent Aboubakar scavalca con un pallonetto l’avversario e, con un tiro di controbalzo, infila la palla in rete regalando al suo allenatore, Hugo Broos, e a tutto il popolo camerunense, l’insperato trionfo in Coppa d’Africa. A celebrare l’impresa di un’intera nazione sono giunte, rassicuranti, le parole di un Campione nato proprio da quelle parti. Samuel Eto’o, infatti, ha rappresentato il Camerun per decenni. Ogniqualvolta l’ex giocatore di Maiorca, Barcellona e Inter si allacciava le scarpette per calcare il perfetto manto erboso dei più importanti stadi internazionali, il suo pensiero non poteva che scavare nei meandri di ricordi adolescenziali lastricati di chiodi, vetri e sansa, sogni scalpicciati a piedi nudi e a stomaco vuoto, desiderando di arrivare ai massimi livelli di una passione remunerativa per famigliari e amici.

Oggi Samuel Eto’o è ambasciatore FIFA nel Mondo e, insieme al Presidente, Gianni Infantino, successore del discutibilissimo Joseph Blatter, è principale promotore del Mondiale a 48 squadre, competizione allargata già a partire dal 2026.

Gli strali economici delle superpotenze calcistiche assumono nicodemici atteggiamenti davanti alla concreta possibilità che il pallone rivolga al Sole una superficie sempre più grande, ma il calcio, e lo sport in generale, si indirizza a diventare fondamentale addentellato fra etnie e culture, globalizzandosi all’addiaccio di gente lasciata ai margini, meritevole di impavesarsi nel firmamento di una chermesse planetaria:

Quando penso ad un fuoriclasse come George Weah – confessa Eto’o ai microfoni di Sky Sport – non posso non rammaricarmi del fatto che non abbia mai potuto rappresentare la sua Liberia ad un Mondiale. Estendere la gara a 48 partecipanti renderà giustizia a chi, fino ad ora, non ha avuto chances di dimostrare il proprio talento. La qualità del gioco non verrà affatto sacrificata. Prendete ad esempio l’attuale Champions’ League, pur essendo diversa da qualche anno fa, non ha minimamente perso la magia di gesti talentuosi e agonistici. Il calcio – continua – riesce dove la politica ha miseramente fallito. Fateci caso, è più facile assistere ad una partita tra Stati Uniti e Iraq o Siria o Libia, piuttosto che guardare in tv un vertice dei loro Capi di Stato.

A fargli eco è lo stesso Presidente Infantino: “Ho preferito subito stampigliare l’impronta del mio mandato sulla necessità di coinvolgere nel movimento calcio tutti gli angoli del Mondo. Ora più che mai il Mondiale a 48 squadre è un evento realizzabile e fattivo, resta solo da sceglierei criteri di qualificazione.

La recente manifestazione continentale africana in Gabon ha fatto registrare uno share altissimo e un ottimo sistema organizzativo anche in termini di decisioni e designazioni arbitrali. L’ex arbitro Pierluigi Collina, ambasciatore FIFA per SOS Villaggio dei Bambini, sottolinea:

Assegnare la finale del Mondiale per Club, tra Kashima Antlers e Real Madrid, allo zambiano Janny Sicazwe, è stato un segnale importante sulla via dell’integrazione.”

Il Presidente della Concacaf, Victor Montagliani, solleva, invece, la delicata questione dei capitali cinesi, la cui ingerenza pare minare fortemente il mercato:

Il problema non sono gli introiti orientali ma la loro capacità di persuadere atleti ancora in auge, come Tevez, Oscar o Witsel, ad abbandonare livelli professionistici per attagliarsi in dinamiche sociali finalizzate al businness.”

Solo tralasciando l’abbarbicata condizione di privilegiati potremmo rigettare il monopolio e aprirci ad un’idea di solidale collaborazione sportiva con sfumature di pari opportunità e tendenze meno autolesionistiche. Perché, in fondo, la Terra rotola su se stessa, come una palla esposta al Sole di un Continente Nero tinteggiato da un colorato arcobaleno!

Fontepixabay.com
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Miky Di Corato
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.