Dopo mesi di trattative complesse, alle 22.37 dello scorso 4 Ottobre, la Mondadori conferma con un tweet l’acquisizione dal gruppo Rcs della “Rizzoli Libri”, per una cifra pari a 127,5 milioni.
Adesso l’ultima parola spetta all’Autorità garante per la concorrenza, che dovrà dire se il nascente “Mondazzoli”– così rinominato dai mercati – con una quota di mercato vicina quasi al 40 %, non violi in qualche modo le concentrazioni previste dalle leggi.
Eventuali provvedimenti  dell’AGCM non pregiudicheranno in assoluto la riuscita della fusione, poiché, da contratto, Mondadori si assume il rischio di affrontare il possibile intervento dell’antitrust ed è per questa ragione che rispetto alla cifra stabilita nella prima fase delle trattative – 135 milioni di euro – la somma prevista per l’acquisizione di Rcs Libri è scesa a 127,5 milioni.
Tutto dunque sembra ormai deciso. Resta solo da comprendere in che modo la fusione tra i due più grandi colossi dell’editoria italiana dovrebbe interessare ciascuno di noi.

Quanto vale in Borsa la libertà d’espressione?

Che dal punto di vista economico-finanziario si tratti di una scelta apprezzata dai mercati, lo dimostrano i picchi in Borsa delle due società registrati subito dopo il raggiungimento dell’accordo: Rcs è salita del 5,3% e Mondadori del 2,3%, con gli analisti che prevedono vantaggi per entrambe.
Da un lato Mondadori rafforzerà la sua leadership nel settore, con un fatturato Libri che passerà da 337 a 558 milioni, dall’altro Rcs ridurrà in maniera consistente la sua situazione debitoria, arrivata a sfiorare i 520 milioni lo scorso Giugno.
Limitandosi a guardare il piano finanziario, una serie di cifre, stime e indicatori finanziari sembrano giustificare la fusione tra i due gruppi editoriali, prevedendo nel medio-lungo periodo una serie di benefici economici per entrambi.

La Borsa approva l’operazione esattamente per le stesse ragioni che inquietano altri osservatori: la formazione di un gruppo che controlla più del 35% del settore editoriale, di cui il 70% dei tascabili, e il 25% della scolastica, desta non poca inquietudine in tutti gli ambienti culturali.
A dir la verità, bisogna registrare nell’ultimo periodo una tendenza europea verso le fusioni e le acquisizioni in campo editoriale, ma sempre tra piccoli o medi editori. Per capire meglio la portata di quanto avvenuto in Italia, si pensi che in Inghilterra ha destato scalpore la fusione tra Penguin e Random House, che ha creato un colosso che detiene da solo il 26 per cento delle quote di mercato nel mondo dell’editoria: esattamente la quota che Mondadori aveva in Italia prima dell’acquisizione di Rcs.

Preoccupati dai probabili effetti della fusione sul mondo dell’editoria, lo scorso Febbraio, un gruppo di 48 scrittori e intellettuali ha pubblicato un appello sul Corriere della Sera contro l’acquisto di Rcs Libri da parte di Mondadori, dal titolo inequivocabile “Questo matrimonio non s’ha da fare”. Umberto Eco, il primo firmatario, e gli altri aderenti scrivono:

«Pur rispettando l’attività editoriale della casa acquirente, ci rendiamo conto che questa fusione darebbe vita a un colosso editoriale che non avrebbe pari in tutta Europa perché dominerebbe il mercato del libro in Italia per il 40 per cento. Un colosso del genere avrebbe enorme potere contrattuale nei confronti degli autori, dominerebbe le librerie, ucciderebbe a poco a poco le piccole case editrici e (risultato marginale ma non del tutto trascurabile) renderebbe ridicolmente prevedibili quelle competizioni che si chiamano premi letterari. Non è un caso che condividano la nostra preoccupazione autori di altre case: questo paventato evento rappresenterebbe una minaccia anche per loro e, a lungo andare, per la libertà di espressione. Non ci resta che confidare nell’Antitrust».

Visto il prosieguo degli eventi, si può affermare tristemente che si tratta dell’ennesima dimostrazione di come, in Italia, i pochi appelli degli intellettuali siano destinati a cadere nel vuoto. Resta da capire se la colpa sia da imputare a chi non recepisce gli appelli o alla mancanza di veri intellettuali.

“C’è chi dice No”

Come detto, gran parte del mondo culturale italiano si è detto contrario all’acquisizione. Le poche voci fuori dal coro provengono da giornali politicamente schierati e da giornalisti che non fanno nulla per scindere il loro ruolo professionale dall’ideologia politica .
Sulle pagine di “Libero”, alcuni degli autori firmatari dell’appello vengono accusati di essere “ricchi grazie a Mondadori e ora firmare per sabotarla”. Una tesi appassionante, in qualche caso anche condivisibile, ma che nulla ha a che vedere con la questione principale: la tutela del pluralismo dell’informazione.

Del resto, sembra inverosimile che gli autori di “Libero” possano comprendere come il fatto di pubblicare un libro presso un editore non implichi l’impossibilità di criticarlo.
Prosegue sulla stessa scia “Il Foglio”, che ha dato spazio sulle sue pagine ad un articolo che si intitola “È un matrimonio che s’ha da fare quello tra Mondadori e RCS, con buona pace di Umberto Eco”. Il problema, secondo l’autore di questo pezzo , non sarebbe tanto il fatto in sé, ma che a farlo sia la berlusconiana Mondadori. Non contento, rincara la dose asserendo che, “a parti invertite, non avremmo avuto le stesse reazioni”. “Il Foglio” cita poi Giuliano Vigini, scrittore e critico letterario, il quale sostiene che, data la crisi di Rizzoli Libri, sarebbe stato peggio per il mercato italiano se l’editore fosse stato acquisito da un grande gruppo straniero. Il concetto,sul piano economico, non è in assoluto sbagliato, ma un conto è parlare di “nuove opportunità per un’azienda italiana nel campo internazionale”, un altro è trincerarsi dietro un concetto che sempre riassumersi nella frase di mussoliniana memoria “l’Italia agli italiani”.
Insomma, tra una nota di “patriottismo editoriale” e la tesi del “Povero Silvio, siete solo dei comunisti”, non è difficile comprendere perché “Il Foglio” abbia subito un forte calo di vendite.

Il ruolo della politica

Oltre all’appello di scrittori e intellettuali, negli scorsi mesi anche alcuni politici hanno espresso le loro perplessità sulla possibile fusione, mantenendo però una posizione piuttosto cauta.
Il ministro dei beni e delle attività culturali Dario Franceschini, per esempio, si è detto “molto preoccupato per come funzionerebbero le cose in un paese con un’unica azienda che controlla la metà del mercato, con l’altra metà frammentata in piccole e piccolissime case editrici”.
Successivamente, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, in un’intervista all’Espresso, si dice dispiaciuto da italiano per le difficoltà di Rizzoli-Corriere della Sera, ma non mostra alcuna preoccupazione per l’acquisizione in sé.
Immediata la replica (prontamente condita di captatio benevolentiae, ndr) del ministro, che a sua volta specifica di comprendere Renzi, e corregge il tiro rispetto alle precedenti dichiarazioni, affidandosi all’autorità garante della concorrenza e del mercato.
Si potrebbe a lungo discutere su  come sia possibile che Franceschini possa comprendere il Presidente del Consiglio pur avendo opinioni diametralmente opposte su cosa siano i mercati, i libri e le preoccupazioni, ma chi scrive si riserva di approfondire questo e altri esempi di bipolarismo in un altro articolo.

Piuttosto, occorrerebbe una seria riflessione sul ruolo che la politica dovrebbe ricoprire in casi come questo e, in generale, sulla tutela della concorrenza sui mercati economici. Infatti, se da un lato è vero che in Italia l’autorità preposta ad esprimersi in questa materia è l’AGCM, nulla vieta ai nostri politici di poter prendere una posizione netta (non alla Franceschini, per intendersi) su questioni delicate come questa. Invece, a parte una serie di interventi durante la discussione in Parlamento sulla questione dei finanziamenti pubblici  all’editoria da parte del Movimento 5 Stelle (che si sono dichiarati decisamente contrari all’acquisizione), nessuna forza politica si è espressa in maniera decisa sull’argomento.

Nemmeno coloro che si sono autoproclamati “difensori della libertà di espressione” hanno preso una posizione netta . Eppure, gli stessi,  hanno bocciato l’abolizione  del finanziamento pubblico all’editoria perché “è un modo per garantire il pluralismo dell’informazione”.
Due pesi, due misure.

Aspettando l’Antitrust

A prescindere dalle posizioni favorevoli o contrarie, lo scorso 4 ottobre l’acquisizione è andata definitivamente in porto, a dimostrazione del fatto che, dietro questa operazione, ci sono interessi economici più grandi, e che non sono servite le preoccupazioni dei “piccoli” coinvolti a cambiare il quadro della situazione.

Sta di fatto che ci troviamo di fronte a cambiamenti epocali per quanto riguarda l’editoria italiana, che potrebbe rivoluzionare il mondo dell’editoria sia sul piano finanziario che su quello della libertà d’informazione.
Resta solo da attendere il responso dell’Antitrust, ma la Mondadori sembra  così determinata a raggiungere il suo obiettivo che, se potesse, comprerebbe anche l’Antitrust.

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