Si addormentò.
E quando aprì gli occhi si ritrovò davanti alla sua macchina da scrivere. Porca miseria! Come aveva fatto ad appisolarsi in mezzo a tutto quel casino? E soprattutto, i suoi colleghi l’avevano vista? Dio, che figura! Non le era mai successo. In redazione poi, con tutto quello che c’era da fare. Si guardò attorno, circospetta. I colleghi non la fissavano, nessuno stava ridacchiando, e Lorenzo incredibilmente non la stava ancora prendendo in giro. Buon segno, l’aveva fatta franca. Ridacchiò sotto i baffi che per fortuna la natura le aveva risparmiato. Una stropicciata agli occhi e via, pronta per ripartire. Non c’era tempo per pensare al sonnellino furtivo appena andato.

Anzi, rifletté ancora un attimo su quella redazione. Su quei giornalisti che nel giro di qualche mese erano diventati amici. E su quanto questo le giungesse inaspettato: bello e strano. Due aggettivi poco fantasiosi che però raccontavano una realtà altra, ben diversa dalle esperienze precedenti dove si era ritrovata tra bande e competizioni. E poi da un mese era arrivato quel collega nuovo, tanto carino, che le faceva il filo. No, non era il suo tipo, però aveva portato una ventata di novità ed entusiasmo nel gruppo. Un altro ottimo compagno di bevute. Qui dentro la collaborazione aveva la precedenza e non c’era bisogno di impegnarsi per una convivenza civile.

L’impegno serviva invece a tenere il passo dei ritmi frenetici. E questa volta si riscosse davvero dai viaggi della mente.
Le si era inceppato il nastro della macchina da scrivere. Con qualche imprecazione si affannò a cambiarlo. L’operazione si rivelò rapida ma macchiante. Corse in bagno a spremere le ultime gocce di quel sapone miracoloso contro l’inchiostro. Finalmente pronta, cominciò a scrivere della farneticante conferenza stampa di un paio d’ore prima: Comune, settore Lavori pubblici con la partecipazione dell’assessorato alla Cultura. Si annunciava la riapertura del cantiere per l’agognato nuovo teatro cittadino e come al solito non era chiaro a nessuno quanto tempo ci sarebbe voluto, né se un giorno il teatro sarebbe realmente comparso. Questo si accingeva a raccontare, un po’ delusa e sapendo già che se ne sarebbero rammaricati anche i suoi lettori.

Doveva dare questa brutta notizia in meno di mezzora, perché c’era un altro incontro che richiedeva la sua presenza. La rapida riunione di redazione di quella mattina l’aveva condannata a una giornata delirante. Il caporedattore era un uomo esigente, talvolta insopportabile. Cronista d’assalto la chiamavano quei simpaticoni dei suoi colleghi. Assalire non le piaceva molto, fare la trottola invece sì, e infatti era diventata un po’ il jolly della testata giornalistica. Si occupava di cronaca, bianca, nera e all’occorrenza di tutta la tavolozza dei colori; spesso e volentieri però veniva prestata alla cultura e allo sport per tappare qualche buco. Un ruolo di cui andava estremamente fiera, anche se tutte le volte si faceva beccare a sbuffare. Con lo sguardo corrucciato si chiedeva perché anche stavolta era toccato a lei e come poteva trovarsi alla stessa ora in due posti diversi. Quando era nelle sue facoltà, cioè se c’era di mezzo qualche suo amico o uno dei tanti conoscenti con cui era in buoni rapporti, riusciva a far slittare le conferenze stampa di mezzora e così non perdeva nemmeno una parola. Odiava scrivere senza vedere, sentire e chiedere.
A proposito di cultura, adesso le toccava andare all’inaugurazione di una mostra fotografica sulle rassegne jazz degli ultimi decenni in città. Sarebbe stato un evento culturale o una palla colossale? Il confine era molto, molto labile, lo sapeva bene. La redazione era avvolta in una nuvola di fumo, accennò un saluto tra la nebbia e via. La sua sigaretta l’accese per strada. Borsa a tracolla, penna e taccuino. Eccola correre, un’altra volta, a vedere se quelle fotografie avrebbero narrato storie o se sarebbe stata vittima della prosopopea dell’eroe del giorno.

Mentre correva verso la sala espositiva pensava a che casino era la sua vita: dodici ore al giorno saltellando dalla redazione a qualsiasi angolo della città. A fine giornata si ritrovava alle prese con le correzioni di bozze, e poi ancora la scadenza con una rivista abbastanza importante che le pubblicava un racconto al mese. Forse aveva troppe velleità, forse in questo modo metteva insieme il necessario per campare, forse ancora non sapeva dire di no.
E quante volte amici e amiche l’avevano ascoltata lamentarsi di non avere tempo per sé: sapeva essere pesante se ci si metteva. Ma puntualmente si finiva a ridere, perché lei raccontava di quanto si era divertita a questo o a quell’evento, o quanto le aveva dato soddisfazione scrivere di quell’altra roba. E allora tutti giù a prenderla in giro per quella vita frenetica che la faceva tanto penare e poi la faceva andare a dormire distrutta e felice. Mentre sorrideva, si addormentò sulla poltroncina della sala d’attesa, aspettando l’intervista al politico di turno.

Banner, DEM, account, brand awareness, SEM, back end, article marketing, b2b, b2c, check list, lead, target, SEO, landing page, web advertising . Parole ricorrenti. Pubblicità. C’è chi la ama, chi la odia, chi non la vede perché automaticamente esclusa. Cioè, quei quattro neuroni estremamente selettivi non la registrano come informazione, la accantonano buttandola nel calderone delle questioni marginali. E stava per dimenticare i briefing, come se il nome inglese facesse passare in secondo piano terribili riunioni di ore in cui si perde tempo a parlare di nulla. Non le aveva mai sopportate le riunioni: quelle lunghe più di trenta minuti. Quindi tutte, purtroppo. I suoi interventi, precisi, concisi, tanto sintetici da ricordare (solo a lei però) i poeti ermetici, non sortivano l’effetto voluto. Non accorciavano i tempi, servivano solo a qualcun altro per allungare all’infinito il suo intervento. Oltre al danno la beffa, era costretta a sentirsi complice della litania di quello accanto a lei. Quello, che come si suol dire, non sputava mai. Un flusso interminabile di frasi insulse, il tono di voce sempre troppo alto. Perché, certo, in una stanza di tre metri per tre, se non urli come pensi che possano ascoltarti tutti… E lo spirito aziendale? Ah ah ah, quanto la faceva ridere quel concetto che cercavano di inculcarle senza che esistessero motivi per sposarlo. Come si possono chiedere sacrifici in nome di niente, si chiedeva senza proferire parola dopo una bella e metaforica risata isterica.

Quell’anno aveva cominciato a indossare i guanti. La lana proprio non riusciva a sopportarla, le prudeva quasi quanto andare in ufficio. Li prese di pelle, nera. Cercava di conservare un aspetto elegante, perché il pensiero no, non riusciva più a esserlo. Mentre il freddo imperava era il momento di concentrarsi sulle vendite estive. Il compito odierno era quello di cominciare a studiare strategie per una campagna di comunicazione efficace. Che poi l’altro suo tormento riguardava il termine comunicazione. Non si spiegava il motivo per cui nella comunicazione dovesse rientrare tutta una serie di azioni che aveva come obiettivo il vendere oggetti o servizi, non certo il comunicare. Parliamo di commercio, di profitti, di investimenti piuttosto, avrebbe voluto urlare. Lì dentro comunicare era quello che più mancava. Segreti, bisbigli, gruppetti, cospirazioni nascoste dietro l’angolo. Un non so che di massonico, misto a un atteggiamento medioevale. Per meglio dire feudale. Schiavitù leggermente ritoccata. Raffinata no, proprio no.

In mancanza di alternative concrete, decise che era “meraviglioso” studiare il modo per essere convincenti. E così cominciò a buttar giù idee, cercando di calarsi nel ruolo dell’utente X, provando a immaginarne sogni e desideri. Google in questo poteva aiutarla, con qualche download si ritrovò alcuni pdf preziosi. Statistiche su consumi, gusti e preferenze. Ovviamente doveva estrapolare i dati riferiti al target dell’azienda e poi considerare un numero di variabili pressoché infinito (secondo i suoi capi), anche questo però sintetizzabile (secondo lei e come il briefing) in tre-quattro punti. Non poteva non considerare la difficile situazione economica, che non era previsto mutasse in tempo per l’arrivo dell’estate. Sarebbe stato un problema anche l’aumento dell’Iva? Questa volta dove avrebbe trovato le parole giuste per convincere qualcuno a comprare un prodotto che a lei faceva schifo? Eppure questo era forse l’ultimo dei problemi, almeno stando alle statistiche.
Ore di numeri, appunti, commenti e capì che forse poteva farcela. L’impegno che nonostante tutto ci stava mettendo avrebbe probabilmente dato i suoi frutti. Anche se una cosa non le riusciva proprio: immedesimarsi con quella stramaledetta X.

“La mia attuale vita non c’entra con me”, si sorprese a dire. Per fortuna non la sentì nessuno in ufficio, aveva mosso soltanto le labbra con un soffio impercettibile che dava forma a un pensiero ricorrente. Allora lo fece. Sì, lo sapeva che non era la soluzione. Ma lo uccise comunque. Uccise il direttore marketing. Lo aspettò all’uscita, al buio, lo strangolò. E si svegliò.

Claudia Ceci

Racconto originariamente pubblicato su AA.VV., Ci stiamo lavorando, a cura di Micaela Di Trani, Ensamble Edizioni 2014.

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Claudia Ceci
Giornalista e un po’ girovaga. Curiosissima. Non è esperta di niente. Così su due piedi le vengono in mente: mare, fuoco, libri, cinema, castelli, puzzle, vino buono, parole crociate. Spera che le domande abbiano risposte. Le piacciono le persone, e quindi le storie. Ha cominciato a scrivere favole a sette anni perché credeva alla magia. Scrive perché ci crede ancora.

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