Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, in conferenza stampa a margine dell'incontro sui rider con i rappresentanti degli stessi lavoratori, delle aziende del food delivery, dei sindacati e delle imprese, Roma, 2 luglio 2018. ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

Il lavoro stabile e quello precario hanno la stessa dignità in tutto il mondo. Il nostro precariato è in media con quello europeo e dipende dall’andamento ciclico dell’economia

Caro Direttore,

le prime mosse del governo gialloverde tendenza nero mettono a fuoco, in tutto il suo splendore, la presuntuosa incompetenza di Giggino Di Maio, questa specie di ministro del lavoro degli altri. Dopo onestà-onestà (chiedere a Lanzalone), ecco dignità-dignità (chiedere a chi lavora in nero, che non viene neanche menzionato nel Decretone). Dunque il lavoro dignitoso, secondo il birraio di Napoli, è quello a tempo indeterminato, che ha il suo modello migliore nell’impiego pubblico: cioè quello che costa di più e rende di meno, con il suo quadruplo di assenze rispetto al lavoro privato, e anche a quello a tempo determinato. Il lavoro stabile e quello precario hanno la stessa dignità in tutto il mondo. Il nostro precariato è in media con quello europeo e dipende dall’andamento ciclico dell’economia. Se le aziende private crescono (non sono la Asl), cresce il lavoro e si stabilizza. In caso contrario, lavoro stabile o precario, le aziende licenziano e chiudono. Non ci vuole molto a capirlo, ma il nostro nuovo modello di governo non ci arriva. Allora accadrà che il Decretone della Dignità, restringendo gli spazi di manovra, costringerà le imprese a ridurre il rischio e a fare meno assunzioni. E, se a maggio abbiamo toccato il livello più alto di occupazione, fra sei mesi rischiamo di tornare indietro. La colpa sarà di Renzi, ovviamente, perché si sa che è lui la puttana d’Italia. “La Waterloo del precariato”, ha annunciato Di Maio con il controcanto di Conte, questa specie di premier travicello. Da Milano, la Confindustria lombarda ha fatto notare che si tratta di una botta seria alle aziende italiane e un avviso di pericolo alle aziende straniere che investono da noi. Altro che onestà, stabilità, dignità e rime varie.

Ora che senso ha mettere nel mirino le aziende che producono, evitando accuratamente di parlare del lavoro nero che è una piaga del Sud? Quello sì che sarebbe stato un segnale di civiltà. Ha mai sentito Di Maio parlare delle decine di migliaia di giovani che nel Mezzogiorno risultano disoccupati, ma lavorano per paghe non spregevoli, ma in barba all’Inps e alle tasse? Mai sentito? Strano, lui che viene dalla Campania profonda e non proprio felix. Una dimenticanza che può capitare solo a un signore che non sa che cosa sia la parola lavoro. Chi mi legge sa di che cosa parlo, parlo della Puglia e di Andria anche. Parlo a coloro che hanno votato grillino pensando che le cose sarebbero cambiate. Ecco, sappiate che non cambia nulla per i fancazzisti a tempo indeterminato e per i lavoratori in nero. Cambia forse, e vedremo con quali conseguenze negative, per una minoranza di lavoratori che la dignità se la conquistano ogni giorno, senza il crisma di Di Maio, noto nullafacente. Cambia per le aziende piccole che, costrette, torneranno al nero.

Vedete, esistono dei gesti che hanno significati fortemente premonitori. Ieri il ministro Salvini, l’altro nullafacente in politica da vent’anni (ieri contro i meridionali oggi contro i negri) non ha partecipato al consiglio dei ministri della Dignità. Se n’è andato al Palio di Siena. Perché? Perché lui è lombardo e questa roba della Dignità a quelli del nord non piace per nulla. Veramente quegli imprenditori hanno anche bisogno di negri per le aziende, ma stanno al gioco di legge e ordine fino a quando non vedranno in pericolo i loro interessi, che coincidono quasi sempre con gli interessi della comunità. Se Salvini lo hanno spedito al Palio, è perché ritengono folli e suicide le trovare di Di Maio. Ricordarsi che la Lega è Nord anche quando incanta i gonzi del Sud, e Di Maio è il Gonzo con la maiuscola.

Ci sarebbe da aggiungere qualcosa su Conte, ma cosa? Forse che è l’unica specie di premier-non premier, di quelli come Pasquale che aveva preso un sacco di botte, ma ne aveva dette tante a quelli che lo menavano. In fondo Conte sapeva dall’inizio di non contare nulla, gli serviva un titolo vero da aggiungere al suo curriculum taroccato. Adesso ce l’ha. Passerà alla storia come il primo presidente del Consiglio dei ministri che non aveva giurato sulla Costituzione, ma sui suoi vice.

Non ci si può credere.

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Antonio Del Giudice
Pugliese errante, un po’ come Ulisse, Antonio del Giudice è nato ad Andria nel 1949. Ha oltre quattro decenni di giornalismo alle spalle e ha trascorso la sua vita tra Bari, Roma, Milano, Palermo, Mantova e Pescara, dove abita. Cominciando come collaboratore del Corriere dello Sport, ha lavorato a La Gazzetta del Mezzogiorno, Paese sera, La Repubblica, L’Ora, L’Unità, La Gazzetta di Mantova, Il Centro d’Abruzzo, La Domenica d’Abruzzo, ricoprendo tutti i ruoli, da cronista a direttore. Collabora con Blizquotidiano.  Dopo un libro-intervista ad Alex Zanotelli (1987), nel 2009 aveva pubblicato La Pasqua bassa (Edizioni San Paolo), un romanzo che racconta la nostra terra e la vita grama dei contadini nel secondo dopoguerra. L'ultimo suo romanzo, Buonasera, dottor Nisticò (ed. Noubs, pag.136, euro 12,00) è in libreria dal novembre 2014. Nel 2015 ha pubblicato "La bambina russa ed altri racconti" (Solfanelli Tabula fati). Un libro di racconti in due parti. Sguardi di donna: sedici donne per sedici storie di vita. Povericristi: storie di strada raccolte negli angoli bui de nostri giorni. Nel 2017 ha pubblicato "Il cane straniero e altri racconti" (Tabula Dati).

2 COMMENTI

  1. Sono antigovernativo per natura, quindi apprezzo le penne avvelenate, ma quando lo sono sempre non quando conviene.

  2. Caro Domenico, la mia modesta penna racconta fatti, con qualche punta di ironia. No, la convenienza non è il mio stile. Non sono un bastian contrario per principio, questo sì. Ho creduto nel referendum di Renzi, un po’ meno nel suo stile politico. Ho le mie idee e non le camuffo. Credo che in tutti gli uomini ci sia del buono e del meno buono. Credo anche che nel fascio-populismo non c’è nulla di buono. E’ la Storia che lo dice.

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