«I migranti non vanno colpevolizzati, perché essi sono vittime dell’iniquità, di questa economia che scarta e delle guerre. Fa piangere vedere lo spettacolo di questi giorni, in cui esseri umani vengono trattati come merce!»: sono parole forti quelle che Papa Francesco ha pronunciato appena arrivato a Torino incontrando il mondo del lavoro. Parole che devono interrogarci e che non dovrebbero lasciarci indifferenti davanti a tanti uomini e donne, bambini e anziani, la cui unica colpa è quella di essere nati in territori martoriati dall’arroganza dei potenti e dall’ingiustizia di chi pensa a solo a soddisfare i proprio sporchi interessi.

Ascoltando le parole del Papa non si può fare a meno di pensare alle parole di Salvini e alla mancanza di umanità che sembra trasparire dalla strategia politica di un leader sempre più impegnato a girare l’Italia in compagnia della sua ruspa. Una ruspa che egli utilizza per cacciare ora il governo Renzi, ora i rom, ora gli immigrati; in ogni caso una ruspa sempre pronta alla distruzione e alla violenza, se pur solo verbale.

Da cristiano, e prima ancora da uomo, alla ruspa preferisco l’immagine del seme. Cristo stesso per spiegare ai suoi ascoltatori il Regno di Dio che Lui era venuto ad annunciare, ricorre all’immagine del seme: «A che paragoneremo il Regno di Dio, o con quale parabola lo rappresenteremo? A un chicco di senapa…» (Mc 4, 30). La logica del seme – che poi è quella del Vangelo – richiede tempo, pazienza, e soprattutto fiducia nella potenza nascosta del seme stesso. Un esegeta, Bruno Maggioni, così la descrive: «Sembra che tutto vada perduto e invece non è così. È vero che ci sono gli insuccessi, e anche tanti, ma il seme da qualche parte frutta, abbondantemente. La lezione è trasparente: un invito alla fiducia».

Sarebbe bello se Matteo Salvini, anziché azionare la ruspa, si impegnasse a seminare, a non smettere di credere nella potenza del seme.

Nel seme del dialogo che genera comprensione; nel seme dell’accoglienza che apre le porte all’ospitalità; nel seme dell’amore che grida forte il suo “no!” ad ogni forma di violenza ed esclusione. E se pur quel seme, «quando si semina nel terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sopra la terra» esso, «seminato che sia, cresce e diventa più grande di tutti gli ortaggi, e mette rami così grandi che gli uccelli del cielo posso ripararsi alla sua ombra» (Mc 4, 30-32).

E gli uccelli migratori? Se ne faccia una ragione il caro Salvini … quell’albero accoglie e offre riparo per tutti!

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