“Il bene mio” è uno di quei film che capitano per caso e per caso ti sconvolgono. Una poesia fatta di immagini che non immagini di trovare, una poesia fatta di rime baciate dalla bellezza che fanno diventare “Il bene mio” anche un po’ tuo. Con queste sensazioni sono uscita dal cinema e ho sentito il bisogno di ringraziare chi queste immagini le ha pensate, disegnate, realizzate.

Quella che segue, non è un’intervista ma la chiacchierata tra una spettatrice appassionata e spudorata e un regista che non è poi così antipatico come dice.

Chi è Pippo Mezzapesa e quando ha capito e deciso che fare il regista non poteva rimanere solo un sogno?

Sono un uomo a cui fondamentalmente piace ascoltare e raccontare delle storie, dei personaggi in determinati luoghi. Mi piacciono le storie. Mi piace approfondire il carattere delle persone, anche di quelle che mi circondano e da cui poter prendere spunto. Mi piace studiare i personaggi, perdermi in luoghi abbastanza atipici e raccontarli. Forse non c’è stato un momento preciso in cui ho capito di poter fare questo lavoro. È una passione, dapprima per la scrittura, che è nata negli anni della scuola, che poi ha preso un’altra forma. Volevo fare il critico cinematografico! Poi grazie all’amicizia con alcuni ragazzi più grandi che frequentavano il DAMS (mentre io mi sono iscritto a Giurisprudenza, tutto un altro percorso) e che sperimentavano le prime tecnologie digitali, ho cominciato a scrivere delle storie per cortometraggi. Ho girato il primo cortometraggio che è andato molto bene nei festival ed è iniziato così un percorso. Il secondo corto ha vinto il David di Donatello. È cominciato tutto così. Ecco, forse ho capito nel momento in cui ho scelto l’università sbagliata: nel momento in cui ho scelto la strada sbagliata ho sentito il richiamo dalla strada giusta.

Leggendo di te, ho scoperto che il tuo nome non è nuovo ai successi e, avendo ricevuto riconoscimenti internazionali, notavo questa predilezione appunto per i cortometraggi, prima ancora dei lungometraggi. Come mai?

Non è una predilezione. È il modo che abbiamo noi registi per cominciare a capire se siamo in grado di raccontare storie, prima di realizzare un film che richiede un dispendio notevole di energie e risorse. È un modo per entrare nel mondo del cinema. Si comincia da cortometraggi semplici per passare poi a qualcosa di più complesso e nel frattempo avere la possibilità di creare una tua crew (perché il cinema è un lavoro di squadra!) e per acquisire credibilità agli occhi dei produttori. Ma è soprattutto un modo per mettersi in gioco e capire se è veramente quella la strada giusta, se c’è la capacità e la voglia di affrontare un percorso così duro e lungo, in cui bisogna perseverare (anche con se stessi) e avere sempre tanto entusiasmo. È una palestra per arrivare al cinema, ecco. Io ho continuato, comunque, con i cortometraggi perché credo abbiano una loro forma, una loro indipendenza come genere. E a me piace molto utilizzare la forma del cortometraggio per veicolare messaggi sociali, come con “La giornata”, che racconta la storia di Paola Clemente. È un mezzo più immediato e fruibile per fare arrivare un messaggio, per raccontare una storia in modo semplice e in pochi minuti.

“Il bene mio” è un inno alla ricostruzione, al ricordo, alla determinazione, all’amore che porta lo spettatore in un viaggio di emozioni verso Provvidenza. Qual è il segreto, secondo te, per ricominciare sempre nonostante i terremoti della vita?

Marzulliana come domanda! (ride) Il segreto… beh, quando si gira un film non si ha la pretesa di svelare segreti o di dare soluzioni. Si racconta semplicemente una storia, cercando di utilizzare la maggior grazia possibile. Non ci si vuole ergere a demiurghi, a persone che sono capaci di trovare il perché delle cose. Io ho raccontato semplicemente il mio punto di vista o quello del personaggio. Ho avuto l’urgenza di raccontare un personaggio che ha riconosciuto la necessità di ricostruire e non disperdere piccoli tasselli di memoria, sui cui fondare un presente e un futuro, attraverso il bene, appunto, l’amore verso ciò che si è e il contesto in cui si vive. Ed è una storia, a mio parere, in forte contrasto con l’abbruttimento che stiamo vivendo in questi anni, una totale mancanza e un crollo del sentire comune, del sentirsi vicini gli uni agli altri, del capire che l’unico modo per affrontare gioie ma soprattutto dolori è stare insieme, farsi comunità.

Elia (il protagonista) ci insegna che è molto più coraggioso restare che andare, lo stesso Elia che ha trovato in Sergio Rubini il corpo, la faccia, gli occhi, il sangue e la giusta dose di malinconia. Quanto c’è però di Elia in Pippo e viceversa?

C’è forse la coerenza, un po’ di rudezza, il caratteraccio. Elia è un personaggio che ha in sé dei contrasti molto forti, è un uomo dolente ma anche solare, energico ma nostalgico. Ecco, forse questo contrasto, questo bipolarismo, lo riconosco.

Il film profuma di terra e di valori. Che rapporti hai con la tua terra di origine e quanto le tue radici hanno influenzato la tua arte?

Che rapporto ho…? Un rapporto forte, praticamente indissolubile. Mi piace perché ci trovo tutto quello che dicevo prima, tutto quello che ha Elia, tutto quello che hanno i personaggi che racconto. A me piace raccontare dei personaggi un po’ fuori dal coro, che hanno delle anomalie, che hanno dei paradossi. Ho cominciato raccontando in un corto (quello che ha vinto il David di Donatello) di un ragazzino che sognava di suonare i piatti nella banda di paese e quando cresce e ci riesce, non entra mai in tempo con l’attacco del maestro (ride)! È questo andare fuori tempo che mi affascina tantissimo, questi personaggi che vivono la marginalità ma non sono emarginati, ma che se la scelgono questa marginalità. La nostra terra è una terra geograficamente marginale, eppure che ha una sua profonda centralità ed è una terra bella perché fatta di profondi contrasti, di una bellezza esasperante, ma anche di profonde ferite in cui sono rintracciabili le storie più belle. Nei chiaroscuri sono nascoste le storie più interessanti. Credo che sia la terra che ha il giusto humus per far crescere i personaggi e le storie che mi interessano.

Ultima domanda: progetti futuri?

Mah… non ti risponderò mai!

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Agata Paradiso
Appassionata, malinconica, empatica, fragile ma coraggiosa, un filino testarda, sopra-vissuta (provo o vorrei vivere al di sopra di certe dinamiche di vivere comune), questo e tanto altro di negativo e positivo sono e potrei essere. Formatrice nella vita, mi piace scrivere racconti, colorarli, stravolgerli, renderli più vicini alla mia fantasia, tanto lì non esistono limiti. Nata negli ultimi degli anni '80, ho lo spirito di quegli anni incollato addosso. Amo visceralmente la recitazione e il teatro, ma non tanto il teatro in sè, quanto il teatro in me. Ero un'inguaribile romantica e forse lo sono ancora.

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