Il tempo mi ha spezzato le unghie, se anche volessi carezzare qualcuno non potrei. Tutti questi anni li ho spesi cercando di essere necessaria, voluta e amata. Non c’è una verità ben precisa su come veniamo al mondo ma ce n’è una su quanta fatica serve a trovarsi dopo ogni frana in cui vacilli e niente ti tiene.

Chissà se da qualche parte esiste un Dio? Io ci credo. Spesso ho la sensazione che gli dei pregati dagli uomini non abbiano un cuore, ma solo regole auree. Se esisti, come credo, Padre Nostro, quanta strada hai percorso? Dicono che certe verità si rivelano camminando. Io sono stanca. La fede, tante persone che ho conosciuto l’avevano poco dentro e la praticavano molto fuori.

Questa vita ci costruisce il diritto all’egoismo. Lui mi leggeva ogni sera una poesia, spiegandomi che serve solo un po’ di silenzio per sperare che qualcuno venga a trovarti. Io nella mia vita ho urlato, mi sono disperata, ho voluto impormi e ho combattuto guerre inutili.

Mi sono laureata. Mi sono guardata l’anima, ho messo un po’ di zucchero sul cuore, mi sono truccata e poi lavata il viso sino a togliermi la pelle perché non mi piacevo, ho amato da sola per due, ho odiato per cento persone una sola persona: chi sono stata veramente?

Speravo una esploratrice, ma son solo una guardiana di una me spaurita. Quanti sanno dirmi di che colore è il cielo oggi, se ci sono nuvole?

Camminiamo a testa bassa, feriti. Quando lui arrivava, io gli facevo promettere che sarebbe tornato dal lungo viaggio dentro di sé, il vero viaggio. Gli facevo promettere che sarebbe tornato. Io e lui avevamo imparato a parlare e anche a non farlo.

Io, fragile e impreparata, nel delirio di quell’amore, cercavo di spiegargli che non avevamo la terra giusta sotto i piedi, che ci serviva un mare e che la mia vita era la barca di entrambi. Lui poggiava la sua voce sui miei occhi, io poggiavo i miei sogni a terra perché lui li misurasse coi suoi passi.

L’amore mi ha consumata. Amarlo era respirare senza luce, al buio. Mi sono sentita inadeguata, lui rideva di ogni cosa io prendevo tutto sul serio. Lui buttava via le cose vecchie senza portare il lutto, io conservavo ogni cosa. Lui era una pagina bianca ed io solo tante parole. Io esigevo coccole, lui sorrideva e si sdraiava vicino: non mi bastava mai, se mi teneva ferme le mani poi mi tremava ogni piccolo spazio di me scoperto.

Un uomo non è una coperta. Un uomo non è una porta, ma solo una chiave che apre qualcosa. Mi sembra di essere una scatola, la vita mi trema dentro.

Scrivo le mie memorie. Le scrivo ricordando.

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Damiano Landriccia
Damiano Landriccia nasce ad Andria, nel 1973. Sposato, con tre figli, vive a Trani. Ama leggere e scrivere. Ha scritto e scrive recensioni cinematografiche per il Mensile Culturale milanese “Quarto Potere” (www.quartopotere.com). Ha scritto per la rivista di moda pugliese “City View”. Ha vinto il Festival Teatrale U.A.I. – Atti Unici Italiani – di Reggio Emilia nel 2004. Gli hanno di seguito rappresentato il Testo vincitore “Il Grande Padre” a Reggio Emilia presso “Il Teatro Piccolo Orologio” sempre nel 2004. Edizioni Babila gli ha pubblicato delle poesie nel libro “Ad un passo dell’anima - dal verso all’immagine”. I testi teatrali sono pubblicati su www.dramma.it. Altri testi e poesie sono pubblicate sul sito www.ewriters.it

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