Borneo malese

19 luglio
Mi sveglio tra la chioma dell’albero sotto cui è costruito un capanno di legno elevato da terra. Qualcosa che sarebbe somigliato al paradiso se non fosse stato accompagnato dal suono del vento, dell’acqua che veniva giù a fiotti e del mare, sempre più nervoso. La piccola comunità degli ospiti attende muta l’evolversi degli elementi atmosferici, mentre si cimenta in letture e giochi da tavolo. Il broncio di Eolo è sempre più potente. Meglio guardarlo in faccia mentre solco in lungo la spiaggia dimezzata dall’avanzare del mare. Questo tempo senza tempo mi fa tornare alla comunità dei pescatori. Bella gente. Sulla veranda di una palafitta, una famiglia intera accovacciata. È bastato che ci vedessero (ero con Claudia) per invitarci a sederci con loro sulla veranda. Nonna con figlie, generi, nipoti: una decina di esemplari del proprio albero genalogico. I pescatori sono a terra per via delle condizioni atmosferiche. Sono tutti lì, a sentire il tempo passare. In pace. Non si sente strillare né si odono pianti infanti. Per una mezz’ora siamo tutti una famiglia.

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Ci fotografano, li fotografiamo, ci fotografiamo.
Il mio Redstyle riscuote sempre maggiori consensi. Come un lasciapassare, ricevo sempre sorrisi e saluti di apprezzamento. Bene, mi sento rafforzata nel senso della sicurezza.
La sera ormai incalza. Eppur trascorse quel tempo senza tempo, quell’apnea in cui poter cogliere meglio il suono della costa alla ricerca di una melodia migliore. Niente. Intanto un pescatore ha cominciato ad erigere una barriera di pietre sulla sabbia…..

20 luglio
Alcuni sono in partenza. Non è affatto sicuro che si possa viaggiare su queste acque. Un giovane isolano è sulla spiaggia, attenta vedetta, per scorgere all’orizzonte una barca in arrivo, foriera di navigabilità. Domani, giorno in cui dovrei tornare sulla terraferma, potrebbe essere peggio di oggi. Due minuti e la decisione è presa. Parto. Un gioco al Lotto, questa decisione. Si tratta di decidere della propria sorte.

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Ho rifiutato di vivere altre 24 ore nell’apnea. Vado. Insieme alla sorte.
Viaggio terribile su questo miniscafo a motore. Continui singulti. Sembrava che il mare non si capacitasse della presenza di questi folli sulla giostra della vita. Silenzio, spruzzi d’acqua, onde enormi. Può essere così il naufragio, quello che non puoi raccontare. Un giro di giostra più lungo e…..pluff, si cambia stato. L’invito ad un applauso al conduttore ha destato le nostre coscienze. Ormai a terra. La vita ha, ora, un sapore più forte.

22 luglio
Kota Kinabalu è una città senza storia. La sua identità l’ha portata via la guerra che l’ha rasa al suolo per impedire l’avanzata dei giapponesi durante il secondo conflitto mondiale. Ha continuato l’opera la guerra con la vicina Indonesia. Geometricamente disposta a quadranti, si affaccia sull’oceano sulla cui riva si snoda la sua maggiore passeggiata.
Il Borneo è Terra di parchi, di animali, e di cibo. Una fucina di cibo. Ovunque, in qualunque momento. E mercati: mercato centrale, mercato dell’artigianato, mercato notturno, mercato filippino, mercato della domenica. Mercanzìe, scambi. E poi gli odori, questa inquietante mistura olfattiva fatta di non so che. Nella mia mente il dato storico degli odori è altro da questo.

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Il cibo ha un gradevole odore, riconoscibile in quanto cibo. Non so decodificare questo senso olfattivo; esso ha dell’altro. Sospetto che sia mistura con l’odore del non lindo, del precario che impera nei particolari architettonici, urbanistici, igienici. È incredibile osservare quanto questo incrocio di razze sia a proprio agio in questo abbozzo di “civiltà”, quella agognata, forse, quella, anche, che lascia le sue tracce di plastica perché non sono organizzati per la raccolta di questo rifiuto.

23 luglio
Terra di parchi.
KK prende il nome, il nuovo nome dopo quello antico di Jesselton, dal monte Kinabalu che svetta a 4000 metri di altezza ad una distanza di 80 km. Maestoso, con le sue guglie sacre di roccia nuda. Santuario del trekking, si lascia scalare in due giorni. L’ultimo tratto lo si fa al buio per sorprendere l’alba, facendosi trovare già all’arrivo. Si assiste alla genesi della scena che, quotidianamente, si ripete da tempi immemori: la luce svela ciò che il buio teneva a sé. Forse Dio ha solo acceso la luce sull’esistente per svelarci il creato?

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Terra di parchi marini.
Immediatamente di fronte a KK l’orizzonte è orlato da un gruppo di isole. Sembrano immagini riflesse da tanti frammenti di specchi che proiettano le scene della costa. Gioiellini, perle nei cui intarsi trovano spazio lembi di sabbia bianca. Il manto è verde, alto, fitto di palme, fitto di banani. Atolli di giungla consacrati, uno per uno, da un anello di coralli. Il mare meridionale cinese che li bagna è caldo. Brodo primordiale.

25 luglio Kinabatangan
Pare che il Borneo, senza il giro nel Kinabatangan, non sia degno d’essere raccontato.
Ora ci si addentra nella foresta pluviale alla attenta ricerca di animali. Questa è la terra degli Orangutan, quei pochi rimasti; i nostri cugini più prossimi, o magari fratelli.
È davvero strabiliante la loro somiglianza a noi. Darwin ci aveva visto giusto. Hanno un vantaggio in più: i piedi prensili. Li vedi ciondolare dondolando, appesi a qualsiasi cosa: una liana, una corda, dei rami, tutte ottime occasioni per un giro di giostra.

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Quello visitato è un centro di riabilitazione per Oran-gutan a Sepilok ed il lavoro di chi lo manda avanti è lodevole, trattandosi di curare gli animali in difficoltà per poi rimetterli in libertà. M’è sembrato, però, di essere in uno zoo. Ancor più era imbarazzante far parte di una schiera di turisti, fermi tutti in due soli punti, pronti a scattare fotografie appena (era atteso per le 10) il pranzo fosse stato servito agli Oran-gutan dal personale addetto. Per fortuna era imposto il silenzio, che è stato osservato, pena l’invalidità di tanti pesi portatisi dietro con corredi di mega zoom. La mezz’ora precedente la comparsa delle “bestie” è stata molto interessante da guardare. Ho creduto che gli Oran-gutan si stessero godendo la scena da dietro le quinte, ridendo beffardamente nel vedere quante altre “bestie” stessero lì, immobili, ad aspettare che il sipario si aprisse. Lo spettacolo eravamo noi, con quei fucili digitali puntati contro la scena imminente. È, comunque, affascinante poterli osservare. Al di fuori del centro, però, questa è terra in cui capita di vederli allo stato selvaggio. Ci sono macachi, nasiche, coccodrilli, volatili. La giungla si può ascoltare.
Il Kinabatangan è molto largo. Si fa strada serpeggiando tra la giungla, su cui sembra aver srotolato il suo nastro semovente di colore marrone. Un lungo segno di vanga, sembra. Un taglio netto, una linea tagliafuoco che girovaga curiosa in continui volteggi per non farsi venire la noia. Se stai zitto il suono arriva. È buio. Ho assistito alla sistemazione di famiglie intere di macachi nel rito della ricerca dell’albero per la notte. Ad uno ad uno, con lanci decisi, si trasferivano sull’albero-meta. La femmina, alcuni cuccioli, il maschio ed, ancora, i cuccioli, quelli più timorosi. Quando il sole è dietro l’orizzonte li si può scorgere, ormai immobili, sulle chiome degli alberi-asilo. Due, tre, intrecciati reciprocamente, che sonnecchiano. Accade tra le mangrovie, mentre si scivola sul fiume su una piccola barca con sedute a livello acqua.
Si torna che è buio. Si fa sosta vicino ad un albero a riva, puntinato di luci. Non è ancora Natale e la corrente elettrica non c’è…. L’albero è puntinato di luci, nel buio che lo circonda. Mille lucciole vestono l’albero a festa. Festa serale.
E comunque tuona. Piove in questa foresta pluviale. Un sistema di acque, quello in cui sono. C’è acqua sotto, acqua intorno, acqua che scende.

Mirella Caldarone


[ Foto: Mirella Caldarone ]

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Mirella Caldarone
“Guardo il mondo da un oblò. Scrivo pensieri con gli alogenuri d'argento. Ecco, fotografo.” Sono nata ad Andria, dove vivo e lavoro. Comincio ad interessarmi alla fotografia fin dalla prima giovinezza. Campo privilegiato del mio lavoro fotografico è, oltre a teatro ed architettura, l'indagine sociale. Attraverso la rappresentazione dei gesti, degli appuntamenti sacri e popolari e del linguaggio della vita quotidiana, focalizzo gli aspetti più significativi dell'identità di una comunità che si muove nel suo paesaggio urbano e territoriale, dando forma al legame della figura umana con il suo ambiente. Nel mio linguaggio fotografico prediligo la regalità del bianconero.

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