2 agosto
Anniversario (32°) della strage di Bologna. Dedico la giornata a quelle vite stroncate violentemente. Innaffiare di vita tali appuntamenti mi sembra la maniera migliore per onorare questa data. È un innaffiatoio l’esperienza odierna nella long house Annah Rais. Non un cultural village, vuoto di vita, ma un villaggio (kampung) abitato. Ai piedi di una zona di montagna a pochissimo dal confine con la parte indonesiana del Borneo, sorge questa long house, una sistema multi-case accomunate da una veranda comune.
Arrivo qui da sola, rifiutandomi di scegliere una escursione guidata. Ho deciso di non voler più partecipare ad esperienze turistiche con soluzioni mordi e fuggi. Ho preferito avere il tempo di intessere rapporti con la gente che vi abita, fermarmi con loro, scambiare parole, sorrisi, vibrazioni.
Così è stato. Ho vagato sui pavimenti di bamboo, sistema stradale aereo poggiante su pilastri in legno (dalla foresta pluviale bisogna staccarsi). Un intrico infinito di bambù, lamiere, panni, scalini, banani, gatti (tanti) e poche persone. Sembrano in attesa di un tempo in sospensione, quello che è stato, quello che verrà. Mi fermo con tutti quelli che incontro.
Buongiorno, come va, da dove vieni, sono Mirella, e tu? Sorrisi semplici, senza brandire l’arma digitale. Diviene naturale solo più tardi usare la fotografia per poter prendere appunti. Solo due non gradiscono. Ok. La maggioranza acconsente. Di quella accondiscendenza necessaria perché quegli appunti raccontino una verità vissuta.
Non la posa, cerco, ma la complicità che si percepisce, poi, nella bi-dimensione. L’ultimo regalo di questa esperienza è l’incontro con un anziano signore che vedo armeggiare con uno strano arnese.
Capisco che è uno strumento musicale autoprodotto con una canna di bambù. Lo sta accordando e per farlo sposta pezzettini di legno per tendere, più o meno, un’aletta dello stesso bambù, sollevata. È meraviglioso! Lo fa per sé. Lo prova, lo accorda, così come gli pare meglio, per ottenere la progressione di note che gli aggrada. È concentrato. Mi siedo di fronte a lui, in una discreta ma intima vicinanza. Capisce il mio interesse e gira verso di me il blocco di bambù. Mi invita a suonare ed io ci provo. Emozione allo stato puro. Le foto sono la copia di questi momenti unici, ne conservano il sapore ed il privilegio di averli vissuti.
3 agosto

La sveglia non suona, ho dimenticato di inserirla (scopro, dopo, che l’audio era disinserito). La mezz’ora di ritardo sul previsto mi induce a cambiare programma. Vado al Kuba National Park, anziché al Baco National Park. L’autobus traballante è quasi in partenza, ma va via senza caricare i passeggeri (si saprà dopo che il motivo era stato l’aria condizionata non funzionante. Mah!) Optiamo, io e gli altri che dovevano salire sul bus, per un minivan a 12 posti già pronto ad accompagnarci per 5 RM a testa. Il parco è a 20 km da Kuching.
Esso conta 4 sentieri tra la foresta pluviale. Per circa due ore si cammina nella giungla fino ad incontrare una cascata a parete verticale che sembra un pentagramma, anzi tanti pentagrammi, stratificazioni infinite di colore marron-rossiccio bagnate dalle acque di un piccolo corso d’acqua. Pare una cava, una parete intagliata, un volume rimanente da chissà quante asportazioni. La giungla prosegue.
Suoni, dettagli armonici di un equilibrio tale da offrire conforto a chi vi si addentra. Il percorso segue il disegno che è tutt’intorno. Si schivano radici, liane, pietre imbrigliate da audaci creature arboree di cui son diventate la base.
Passerelle di legno talvolta instabili rendono aereo il passaggio sui punti particolarmente disagevoli o su piccoli corsi d’acqua. La giornata scivola nel verde in compagnia di due viaggiatori spagnoli.

5 agosto
Il ritorno a casa ha sempre il sapore del rifugio. Kuala Lumpur è ormai tale. Mi aspetta un “campeggio” di lusso nella lussuosa casa di Ana e Fernando. Appartamento vuoto ma riempito col necessario (letto, cuscino, lenzuola). Ci ritroverò la presenza storica della fantastica coppia Dasquez-Forte.

(continua)

 

Leggi anche le precedenti tappe del viaggio di Mirella: la prima, la seconda, la terza tappa.

 

 

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Mirella Caldarone
“Guardo il mondo da un oblò. Scrivo pensieri con gli alogenuri d'argento. Ecco, fotografo.” Sono nata ad Andria, dove vivo e lavoro. Comincio ad interessarmi alla fotografia fin dalla prima giovinezza. Campo privilegiato del mio lavoro fotografico è, oltre a teatro ed architettura, l'indagine sociale. Attraverso la rappresentazione dei gesti, degli appuntamenti sacri e popolari e del linguaggio della vita quotidiana, focalizzo gli aspetti più significativi dell'identità di una comunità che si muove nel suo paesaggio urbano e territoriale, dando forma al legame della figura umana con il suo ambiente. Nel mio linguaggio fotografico prediligo la regalità del bianconero.

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