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26 luglio

Sono state tante le occasioni in cui è stato possibile osservare i primati nelle loro intimità. Mentre mangiano, mentre si spulciano, mentre giocano o si fanno le coccole. Intere famiglie. Di macachi, di nasiche dallo strano lungo naso, di oran-gutan. Si accorgono di chi li guarda, ma sembra non interessare loro. Ciò che percepisco come fenomeno poco interessante è questa folla di gente che guarda tutta in unica direzione e fa partire i propri click. È una melodia; crome e biscrome fotografiche, raffiche di appropriazioni. Vedo poca gente guardare queste scene per conservarle negli appunti della propria memoria. Vivere questo momento è rinviato al divano di casa, quando partirà lo slide-show.

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Divina, comunque, questa distesa di verde, di acqua e di anime. Per chilometri può non esserci una strada; siamo fuori del sistema delle auto, dei motorini, delle biciclette. Solo fiume, piccoli villaggi con capanne sollevate da terra ed un micro molo fatto di tronchi che si allungano verso l’autostrada d’acqua.

Non ho udito, in tutto il periodo, piangere o gridare o lamentarsi, un solo bambino. Così come per i primati, i bambini hanno solo ruoli e giocosità diverse dagli adulti e non usano la micidiale arma del lamento come forma di potere.

27 luglio

Questo assaggio di giungla è volto al termine. È finita anche l’abbuffata di gente, pranzi, cene, confort. È incredibile quanto possa nutrire un solo assaggio e lasciare a digiuno una abbuffata. Questa esperienza ha reso ancor più chiaro ciò che sapevo: il mio totale disinteresse alla frequentazione di carovane più o meno grandi di visitatori che riempiono gli spartiti delle agenzie di viaggio. Quale quantità di tempo si perda per sollazzare gli ospiti, non si può credere. E quanta energia è profusa nel creare un mondo che a quello reale somiglia soltanto. Il turista continua a vivere in una bolla di protezione che rotola insieme ai suoi bagagli, con l’assicurazione che nulla potrà turbare il suo delicato equilibrio. Se fosse possibile, le agenzie fornirebbero come gadget una little Italy agli italiani o una little France ai francesi…

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Più vero è, invece, per un viaggiatore, misurarsi con le risorse del posto visitato, fatto di persone con cui parlare che non siano solo la propria guida; fatto di mezzi di trasporto locali da frequentare; di luoghi di interessi da scoprire. Una bolla di sicurezze in cui vagare evita un sacco di incognite e di problematiche, ma ti risparmia la parte migliore di un viaggio: la crescita. Quella che deriva dal superamento delle difficoltà; quella che fa venire fuori la parte migliore di te, che ti rivolgi al mondo in cerca di sostegni. Crescita è anche maggiore fiducia in se stessi scoprendo che può funzionare una pianificazione, e che di quella pianificazione, piano piano, quotidianamente, se ne sbrogliano i nodi, se ne gode il successo. Il presente è l’unico tempo in cui vivere. Dal passato, o dall’immediato futuro, non è possibile intravvedere varchi, tanto meno è possibile varcare ingressi. È la paura ad ancorarci al passato o a suggerirci un futuro possibile. Viaggiare, contando su se stessi, è superare la barriera della paura ed amministrare al meglio gli strumenti a disposizione, primo fra tutti il sorriso.

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Questa Kota Kinabalu ha anch’essa le sembianze di casa. Torno sul luogo che mi ha ospitata alcuni giorni e ritrovo sorrisi, saluti di bentornata, la stessa stanza per me, le receptionists che mi salutano per nome. Si trova sempre un motivo per ancorarsi, per riconoscere il limbo delle piccole sicurezze; dettagli di un cammino che ne creano la trama.

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In attesa del volo che mi porta a Kuching (capitale dell’altra regione del Borneo sud-occidentale, Sarawak) giro un po’ nei dintorni. Difronte ci sono belle isole sotto un’unica denominazione: Tunku Abdul Rahman National Park. Per avere un’idea delle tipiche abitazioni inserite nel contesto della giungla, con l’osservazione di tecniche di cottura con il bamboo, nonché assaggio di vino di riso, si visitano dei cultural village. Solo per capire le modalità costruttive, però, perché la gente è andata ad abitare altrove, si veste con jeans, ha automobili e telefoni. Un po’ teatrale, ma carino.

Succede all’improvviso: il cielo si oscura, per strada volano oggetti e le prime gocce vengono giù veloci. Acquazzoni tropicali. Sembra che arrivino per lavare tutto, quasi il cielo abbia bisogno di respirare aria migliore di quella che normalmente esala da questi luoghi. Veloce, repentina, questa strigliata. E si ricomincia a brulicare indisturbati.

Due svizzeri francesi ed una danese incontro stasera, alle 18,30. Appuntamento al Rainforest Café. Le strade si incrociano per un attimo, lungo una serata. Bella familiarità con degli sconosciuti. Il distacco da loro è naturale, intrinseco in questi incontri. Naturalmente. Of course.

30 luglio

Lascio l’ultimo angolo di terra asiatica in cui ci fosse un minimo di riferimenti. Era Luca Viola, operatore turistico italiano che vive a KK.

Ora vado a Kuching, la città dei gatti. Dedicherò a Mao la mia visita in questi nuovi luoghi. 

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Sarà Mao, a cui è dedicata la visita, non so, ma qui sto bene. La città è meno caotica, più piacevole. L’ostello è una casa abitata solo dagli ospiti temporanei, come me. Passi felpati e rispettosi. La abito per qualche giorno con due ragazze americane. Colpisce la naturalezza con cui esse si muovono in territorio sconosciuto. È felina lo loro movenza, veloce e precisa. In casa, per la strada, le vedi a proprio agio: abituate ad amministrarsi sin da giovanissime, e direi da piccole, sono persone sicure di sé il cui sapore di latte è un vago ricordo. Condivido con loro una cena vegetariana ed una giornata al Gunung Gading National Park. Lì fiorisce la rafflesia, un fiore parassita che può raggiungere il diametro di un metro. Pochi i momenti in cui fiorisce: siamo fortunate, l’ufficio turistico ci informa che ce n’è uno in piena fioritura (durata 5 giorni). Rosso e carnoso, questo fiore sembra uscito da un emporio di allestimenti artificiali. Se non fosse per l’odore (maleodorante), si potrebbe pensare ad un artificio messo lì per gli occhi inesperti degli stranieri. Questo pezzo di giungla ha regalato anche la visione di un altro fiore carnivoro dotato di una sacca con relativo coperchio: una architettura perfetta dalle suggestioni olfattive mirate ad attirare insetti al suo interno e fagocitarli col suo umore chimico. Vita che genera vita.

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Poco più in là, il sentiero tra la foresta pluviale ci conduce a varie cascate. Dolce sosta tra le acque scroscianti dalla temperatura sublime. Le cascatine ragalano anche qualcos’altro: l’incontro con una coppia di malesi, un po’ chiassosi, in verità (forse rispetto al totale silenzio del luogo). Solito sorriso ed approccio naturale alla conoscenza. Sono due doctors dell’ospedale di Kuching. Mi risulta difficile crederci, vista la loro giovane età. Mi chiedono subito il numero di telefono per potermi prelevare in macchina e partecipare ad un party “one of these nights”. La nostra naturale tendenza allo scetticismo (quella italiana) mi impedisce di fidarmi e mi invento una alzataccia nelle mattinate successive (cosa che è vera!). Ad evitare l’irreparabile intervengono le ragazze americane, appena tornate dalla loro scalata alla cascata. Mi stupisce e commuove tanta naturalezza. Subito hanno scambiato il numero di telefono e mille chiacchiere (l’inglese fluido ha agevolato la loro conversazione). Quante esperienze riusciamo a perderci perché accettiamo incondizionatamente i limiti delle nostre collettive paure. Siamo sulla difensiva, sempre. Ci riteniamo audaci nello scovare i motivi reconditi degli avvicinamenti oltre confine e ci autocongratuliamo di tale qualità solo perché ci è noto soltanto l’effetto del freno: la strada è sgombra dagli invasori. Se solo ci si lascia andare si scopre, invece, l’effetto di quella esperienza: piacevolissimi incontri e fantastici scambi culturali. Abbiamo pranzato insieme. Lei, la dottoressa, ci ha offerto il pranzo e ci hanno anche riportato a Kuching in macchina, nostra meta comune. La serata è trascorsa con lei (che è passata a prenderci da “casa”) in un pub fuori dal centro, dall’allegra aria familiare. Di base, il karaoke di canzoni per lo più locali. L’atmosfera è subito calda; siamo le straniere. La birra scalda, si sa, oltre a rinfrescare. Offerte da non so chi (il titolare, credo) esse continuavano ininterrottamente ad innaffiare la piacevolezza. Presto ho partecipato al karaoke cantando testi malesi letti sullo schermo (come l’italiano, si legge nello stesso modo in cui è scritto). Mille apprezzamenti per questa straniera che balla e canta, cercando i ritmi locali. Grande bellezza, Grazie Pathma.

(continua)

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Mirella Caldarone
“Guardo il mondo da un oblò. Scrivo pensieri con gli alogenuri d'argento. Ecco, fotografo.” Sono nata ad Andria, dove vivo e lavoro. Comincio ad interessarmi alla fotografia fin dalla prima giovinezza. Campo privilegiato del mio lavoro fotografico è, oltre a teatro ed architettura, l'indagine sociale. Attraverso la rappresentazione dei gesti, degli appuntamenti sacri e popolari e del linguaggio della vita quotidiana, focalizzo gli aspetti più significativi dell'identità di una comunità che si muove nel suo paesaggio urbano e territoriale, dando forma al legame della figura umana con il suo ambiente. Nel mio linguaggio fotografico prediligo la regalità del bianconero.

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