Ma, se accadrà, non sarà prima del 2025….

Jean-Claude Juncker, Presidente della Commissione Europea, è stato chiaro: nessun nuovo ingresso nell’Unione durante il suo mandato (che scadrà nell’autunno del 2019), ma la strada per l’ingresso di alcuni paesi dei Balcani occidentali all’interno dell’Ue è segnata – “il 2025 non è un obiettivo, è un orizzonte”, ha ribadito il presidente della Commissione.

Albania, Montenegro, Serbia e Macedonia. Sono questi Stati balcanici dell’ex blocco comunista a chiedere, ormai da tempo, di poter accedere al progetto di Integrazione europea e alle politiche comunitarie. Bosnia-Erzegovina e Kosovo invece, pur se desiderosi di avviare i negoziati, non soddisfano ancora i criteri di adesione e restano tecnicamente “potenziali candidati”.

Ad attendere i Balcani occidentali all’interno dell’Unione, è, essenzialmente, l’Unione stessa. La voglia di Europa dei giovani balcanici è vitale per un’integrazione europea che sembra arrestarsi di fronte a Brexit, ai problemi legati alla crisi migratoria e alla diffusione di movimenti e idee antieuropeiste.

Ma non solo. La piena comunitarizzazione dei Balcani occidentali serve all’Unione su altri fronti.

Per prima cosa, accogliere i Balcani all’interno dell’Ue serve a sottrarli a pericolose influenze russe e turche. Serbia e Albania sembra continuino ad udire le sirene di Mosca e la strategia europea di accoglienza nell’Ue sembra voler contrastare proprio questo tentativo di ascendenza del Cremlino sulla regione.

L’altro punto essenziale nel piano di adesione è la sicurezza. Rendere comunitari i paesi balcanici serve a garantire la sicurezza dei paesi candidati, ma, non meno, di tutta l’Unione, specie in chiave di lotta al terrorismo internazionale e al flusso di rifugiati e foreign fighters.

Infine, rendere pienamente europei quei paesi porterà benefici economici agli altri  membri, su tutti l’Italia, primo partner commerciale dell’Albania, secondo della Serbia e particolarmente interessata agli scambi economici con i Balcani occidentali per questioni geografiche. Non a caso il nostro Paese è il principale sponsor politico della futura adesione.

Ultime, le questioni storiche. “I Balcani occidentali fanno parte dell’Europa: condividiamo la stessa storia, la stessa geografia, lo stesso patrimonio culturale e le stesse opportunità e sfide, oggi e in futuro”. Queste le parole del Vice Presidente della Commissione Federica Mogherini, impegnata a rendere irreversibili i passi in avanti dei paesi verso l’Unione prima della scadenza dell’attuale esecutivo europeo.

Ma ci sono ancora grossi ostacoli, soprattutto nel campo giudiziario e della lotta alla criminalità organizzata.

La Procedura di Adesione è lunga e complessa e lo è ancor di più per paesi che hanno dovuto abbandonare l’ideologia comunista e hanno dovuto subire guerre nel loro territorio.

Per poter accedere ai negoziati di adesione è necessario rispettare una serie di requisiti, noti come Criteri di Copenaghen. Questi criteri riguardano la presenza di un’economia di mercato, la stabilità di istituzioni democratiche e il rispetto dello stato di diritto.

Per intraprendere ufficialmente il (lungo) percorso il paese candidato chiede al Consiglio di accedere ai negoziati – successivamente è la Commissione a dover valutare i requisiti di adesione e, nel caso intraveda progressi, questa da una Raccomandazione (non vincolante) al Consiglio che decide se aprire o meno le trattative.

La procedura, al momento, è su due livelli diversi per i paesi adriatici.

Il Montenegro ha ufficialmente aperto i negoziati di adesione nel 2012 mentre la Serbia nel 2014. Questi paesi stanno recependo la legislazione comunitaria nel loro ordinamento e sono impegnati a risolvere questioni interne (su tutte il riconoscimento del Kosovo da parte di Belgrado).

Albania e Macedonia sono in attesa della decisione del Consiglio Europeo del prossimo 28 giugno che dovrebbe decidere (all’unanimità) se aprire i negoziati di adesione.

Non sarà facile, soprattutto per l’Albania. Il Paese delle aquile ha fatto molto per riformare il proprio sistema giudiziario soprattutto nel campo dell’indipendenza della magistratura e della lotta alla corruzione.

La Commissione ha espresso parere positivo lo scorso aprile ed ha ufficialmente raccomandato al Consiglio Europeo di avviare i negoziati per Albania e Macedonia. Ma come afferma la stessa Commissione nella Relazione annuale sull’Albania, la piaga del Paese delle aquile rimane la corruzione, ancora dilagante in sue vaste aree.

Il Consiglio sarà chiamato a decidere all’unanimità, ma sulle speranze di Albania e Macedonia pesano le parole di Macron: l’Europa deve riformarsi prima di aprirsi a nuovi ingressi…

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