Il razzismo è proprio dell’uomo. È un dato di fatto: tanto vale prenderne atto, impedire che progredisca e capire come combatterlo.

Sì, il razzismo va combattuto con ogni mezzo possibile, è la gramigna della storia, da estirpare fino alla radice e con ogni mezzo possibile.

Tanti, e fallimentari, sono stati i tentativi di combattere il razzismo solo con la legge, ma questo non può bastare. È necessario educare, dimostrare l’assurdità delle sue basi, smontare i suoi meccanismi, non abbassare mai la guardia.

La maggior parte degli atteggiamenti razzisti non derivano da constatazioni empiriche, da valutazioni storiche o da studi sociologici. No, la maggior parte degli atteggiamenti razzisti derivano da pregiudizi ed errati retaggi di varia natura.

Si pensi, per esempio, agli atteggiamenti nei confronti degli immigrati: “Non saranno mai come noi”; “Sono scansafatiche, vivono a nostre spese, minacciano i nostri interessi”; “Sono maleducati, disonesti, sporchi, portatori di malattie contagiose, violenti con le donne”.

Contro il pregiudizio razziale non c’è altra via per combatterlo che un’educazione orientata verso valori universali. Molte sono le forme di universalismo dei valori, per cui nonostante le differenze di razza, di tradizioni e di generazioni, vi è una comune umanità che travalica tutte le differenze di tempo e di luogo: cominciando dal cristianesimo, passando attraverso la morale kantiana che è nella sua massima fondamentale, “Rispetta l’uomo come persona”, un cristianesimo razionalizzato, fino ad arrivare a una delle più alte espressioni di questo universalismo che è rappresentata dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, attraverso la quale ogni individuo diventa potenzialmente soggetto di diritto internazionale.

A pensarci bene, però, per convincersi della sostanziale uguaglianza del genere umano non c’è bisogno di escogitare argomenti filosofici, di conoscere a menadito il vangelo piuttosto che essere professori di diritto internazionale.

Quando vedi un ragazzo maliano, fuggito dal suo paese per poter sopravvivere, che soffoca in silenzio le lacrime per la perdita di un fratello lontano, ti pare che che il suo dolore sia diverso dal tuo?

Quando vedi una madre somala che piange sul suo figlio morto o ridotto a uno scheletro, ti par proprio di vedere una madre diversa dalle altre? Non assomigli a quel pianto al pianto di tutte le madri del mondo?

Quando vedi un uomo che soffre, che è stato privato della sua dignità prima ancora che delle sue ricchezze, credi davvero di poter condividere o compatire il suo dolore a seconda della sua provenienza geografica?

Non si nutre qui l’intenzione di discutere dell’idea di Patria in sé o di filosofeggiare sull’utilità dei confini nazionali.

Se, però, taluni sentono di potersi arrogare il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora si sappia che c’è chi preferisce non aver Patria e reclama il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. I primi sono Patria di chi ama l’uomo, i secondi gli sono stranieri.

Del resto, l’educazione universalistica non basta se non si trasforma in azione corrispondente. Non bastano più i moralizzatori da tastiera, non basta più ripetere a parole quanto siano brutti, cattivi e ignoranti i razzisti, non basta più difendere a spada tratta gli immigrati come si farebbe con la propria squadra del cuore.

Il momento storico che stiamo vivendo impone una profonda riflessione: vogliamo continuare a guardare la realtà che ci circonda come se fosse la nostra telenovela preferita, cercando semplicemente di immaginarne il finale, oppure vogliamo passare dalla quiete dell’indifferenza all’inquietudine della responsabilità?

A fronte del senso di frustrazione, d’impotenza che molti, specie fra i giovani, hanno dinanzi al mondo moderno, c’è da chiedersi se sia dovuto al fatto che esso appare loro così complicato, così difficile da capire, che la sola reazione possibile è crederlo il mondo di qualcun altro: un mondo in cui non si può mettere le mani, un mondo che non si può cambiare, un mondo che non appartiene loro. Per capire che il mondo è di tutti bisogna sentirsi parte del mondo, sentirsi parte di una collettività. Accade quasi per caso, quando ti accorgi che oltre te stesso c’è altro, quando ti accorgi di essere unico ma non l’unico. Solo allora comprendi che c’è altro a cui dare spazio se solo vuoi fargli posto.

Forse è il caso di smetterla indignarsi per quello che vediamo in televisione, per quel reality show che non ci piace, per quel film che non ci ha entusiasmati, per quella fiction che ci ha commossi. Ci sono le lacrime delle cose, delle persone che sfiorano le nostre vite e avrebbero bisogno del nostro impegno prima ancora che del nostro aiuto. Ci sono le lacrime della gente che soffre, risparmiateci i piagnistei.

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Saverio Colasuonno
Classe '93, nato ad Andria. Studente al primo anno di Marketing e comunicazione d'azienda, appassionato di Microfinanza, economia sostenibile e green economy. Seguo con interesse la politica nazionale e cerco di partecipare attivamente a quella locale, come cittadino attivo. Una frase che mi descrive meglio di quanto possa farlo io: "Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano".

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