Quella mattina era diverso…

Lo strano caso del sig. Giovanni, capoufficio, capitò una mattina come tante, di quelle che uno si alza e già sa che deve andare a lavoro, che deve dunque far presto, che deve lavarsi in fretta, far colazione e poi buttarsi nel solito traffico di lamiere e di tubi di scarico, con la solita ansia e il solito frenetico guardar l’orologio, odioso orologio, che ha sempre più fretta di te e dunque scorre via troppo veloce perché tu possa arrivare in tempo in ufficio.

​Quella mattina, però, era diverso. Il sig. Giovanni, capoufficio, non aveva nessuna intenzione di correre. A dire il vero, non aveva neppure voglia di alzarsi dal letto, di muovere anche un solo dito. Desiderava unicamente tornare a dormire e continuare a sognare… o fors’anche a sognare di essere sveglio. Del resto, siamo così sicuri di essere ben desti, quando sogniamo, che come si può escludere di essere in sogno, quando siamo svegli? D’altronde, quando si vive di sogni, prima o poi si sogna di vivere, come in un incubo.

​In sogno o desto, il sig. Giovanni, capoufficio, quella mattina era stufo della solita vita e aveva deciso di cambiare. Niente più vita da incubo e sonni da sogno. Bisognava – era ben determinato – fare il contrario: sognare di vivere e dormire con gli incubi. A conti fatti, ci si guadagnava.

​Arrivare in ufficio – … e come e a che prezzo e con che fatica! – e iniziare la lotta… Strigliare questo e quello, entrambi buoni a nulla, ricevere la strigliata del capo ripartizione, calandosi a propria volta nei panni del buono a nulla, e poi correre perché, si sa, il tempo è denaro e chi tardi arriva male alloggia e gli affari sono affari e l’importante non è partecipare, ma vincere e l’immagine è tutto e …UFFA!!! Uffa – si ripeté il sig. Giovanni, capoufficio, e decise di svegliarsi in un bel sogno!

​Tutto ora filava liscio come l’olio di Puglia. A destarlo non era più il suono metallico e anonimo di una sveglia, ma la voce melodiosa e calda di una donna – madre, moglie, amante, domestica? Chi lo sa! – e non c’era più la solita moka sporca e maleodorante del giorno prima da prepararsi assonnato per uno scialbo, sciapito caffè. Al contrario, cornetto e cappuccino o anche succo d’ananas e mango, con tanto di fiori profumanti nel vassoio, serviti direttamente a letto! E poi, la barba rasata da uno zelante barbiere, che ti attende già pronto nella sala da bagno, la scelta dell’abito elegante e all’ultima moda in un armadio stracolmo di vestiti, un po’ di profumo francese e via! L’autista ti apre la portiera e, mentre gli altri miseri esseri umani s’arrabattano per salire su un tram in cui soffocare, la tua limousine scorre veloce e leggera lungo la corsia per essa appositamente riservata. Al palazzo, il tuo palazzo, in pieno centro, le segretarie ti attendono in riga per sorriderti in coro il loro “Buongiooorno!” e tu puoi farti portare in ascensore sino all’ultimo piano, quello con vista panoramica, quello del Capo… “Vuoi svegliarti, perdigiorno che non sei altro?!? Sig. Giovanni, capoufficio, non ti pago mica perché tu possa dormire beato sulla tua nauseabonda scrivania!”

​…Il sig. Giovanni, capoufficio, si era effettivamente addormentato e ora l’incubo gli ripiombava addosso. A sbraitare contro di lui era il suo capo ripartizione, che non tollerava si perdesse un solo minuto, figuriamoci se e quanto avrebbe potuto perdonare la sua dormitina…Ora era lì che si ergeva di fronte a lui e lo guardava in tralìce… Ma tanto al sig. Giovanni, capoufficio, che importava? Gli bastava poco per tornare nel suo mondo, il tempo di svegliarsi e già la sua vita da sogno sarebbe ripartita, ponendo fine a quel nuovo incubo. Del resto, doveva andare così. D’altronde, non si può avere tutto nella vita, si ripeteva il sig. Giovanni, capoufficio, e la sua vita di sogno doveva pur qualcosa ai suoi sonni da incubo…

Ora, per esempio, c’era il suo compagno di stanza che lo guardava senza profferire parola, ma che, era chiaro, appariva gongolante per il rimprovero che si era appena sorbito. Aveva proprio voglia di alzarsi, raggiungere la scrivania di quella faccia da leccafrancobolli e impiastricciargliela con l’inchiostro del calamaio che era lì, vicino, a portata di mano… Avrebbe smesso di fare il protoquamquam! Ma ne valeva la pena? Perché lottare con gli incubi, se si ha a disposizione una vita da sogno – chiese a se stesso il sig. Giovanni, capoufficio.

​E così, giù la testa, a patire il ghigno umiliante e offensivo, acre, di un subalterno, giù la testa per non vedere il volto orripilante di un’impiegata, l’unica donna capace di invaghirsi di lui e di invocare con gli occhi di cagna scacciata un suo cenno, un sorriso, … un appuntamento! Sì, un appuntamento!!! Ci mancherebbe anche questa: portare a cena la donna più laida e stupida del palazzo, una pinzochera, vecchia zitella non più in età di marito. La stessa che, se non fosse per la sua laurea, non avrebbe potuto trovar posto neppure come inserviente. Tuttavia, a pensarci bene, perché non provarci? Cosa aveva da perdere? Non certo il suo sogno! Quanto al suo incubo, quello sarebbe finito, non appena aperti gli occhi… Perché è solo ad occhi aperti che si sogna bene, che si sogna veramente bene – pensava il sig. Giovanni, capufficio, sotto il suo panama… Ma no, ma no! Possibile che non si rendesse conto di sragionare? C’è forse di peggio di una donna brutta, acculturata e lacerata da una sacra fames concupiscentiae? Una donna così non puoi neanche sottometterla, piegarla e dominarla come meriterebbe per l’orrore che suscita, perché una donna erudita sa sempre come difendersi, sa sempre come metterti sotto, come rendere la tua vita un incubo, un anancasmo…

​Basta, non ne poteva più doveva far qualcosa, il sig. Giovanni, capoufficio, doveva uscire da quella situazione, doveva ribellarsi, sì, ribellarsi… Ah, la vita in cui tutti ti temono e ti rispettano, sognando di poterti usare, prima o poi, di poter far leva sulla tua influenza per i loro progetti, per i loro sogni, più o meno meschini. Tu, il potente, e loro, che gli piaccia o no, che tu gli piaccia o no, i sottomessi, a capo chino, con i loro panama in mano, in atteggiamento di riverenza: “Ossequi, dottore” – “Omaggi, dottore” – “Stia bene, dottore” – “Buon giorno,  dottore” …”Buongiorno, dottore” …”Buon giorno, dott…” …”Buongiooo…” …”Buongiorno!!!” – continuava a ripetere alla radio la voce trasognata e femminile di un conduttore (o forse di una conduttrice?)…

​”Eh sì, sembra proprio che i miei occhi siano bene aperti, sono sveglio, sono decisamente sveglio, sono assolutamente e certamente sveglio” – si ripeté il sig…. IL SIG. CHI?

Mi scusi, …sì, …sì sì, dico a lei, proprio a lei che ora mi fissa stralunato. A lei che giustamente sembra così sicuro di sé, così certo, così, mi consenta, imperioso. In realtà, l’avevo notata già da un pezzo, sa. Il solo sentirmi fissato da lei, al centro della sua attenzione, mi dà come un senso di angosciante sicurezza o forse di lieta insicurezza. Mi scusi tanto, ma forse mi sa dire di chi o cosa si stia qui non dico narrando, ma sia pure in qualche modo argomentando? Perché io, in verità, per così dire, non ne ho più alcuna memoria, se anche l’ho mai avuta! Sa com’è, ci si sveglia e non si ricordano più bene certi sogni, oppure ci si addormenta e si dimentica quel che si è vissuto… A pensarci bene, effettivamente e indubitabilmente, sono proprio sicuro io di scrivere? E lei, lei così scrupoloso nell’osservare i suoi doveri e le sue mansioni, lei che non esce mai di senno, non perde il controllo e non va fuori del seminato, …lei è proprio sicuro di leggere, sig. Giovanni, capoufficio, capo ripartizione, capooo…?

Fontehttps://it.wikipedia.org/wiki/File:Alla_scrivania_dell%27ufficio_scientifico_nel_1920.jpg
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Paolo Farina
La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...