«Dov’è la vita che abbiamo perso vivendo? Dov’è la sapienza che abbiamo perso nel sapere tante nozioni?»

(Eliot)

Per comprendere l’importanza e la bellezza del termine “sapienza” dobbiamo accostarci alla sua etimologia: tale termine, infatti, deriva dal latino “sapere” che significa sapore. Nella mentalità comune, di solito, questo termine è identificato con il termine saggezza o intelligenza, ma non sono la stessa cosa.

Come già ricordava lo stesso Aristotele, la saggezza designa la capacità di una persona di piegare la teoria nella pratica, cioè saggio è colui che riesce a tradurre in prassi, nella vita individuale e sociale, le idee o ciò che ha espresso in parole. Per esempio, nell’ambito morale, è saggio colui che non solo parla di giustizia, ma che la impersonifica, la rende presente nella sua persona, nei suoi atti e nelle sue azioni.

L’intelligenza, poi, è la capacità di colui che sa leggere dentro agli avvenimenti e ai fatti, di colui che non si ferma alla superficie delle cose, ma si tuffa nella loro profondità e radicalità.

La sapienza, infine, tiene in sé – se si vuole – le prime due parole, cioè la saggezza e l’intelligenza, ma al tempo stesso le supera. Se ci addentriamo, per esempio, nella Bibbia, che è una vera e propria biblioteca di libri che potremmo frequentare gradualmente imparare a frequentare, troviamo un libro dedicato proprio alla Sapienza, un libro che non intende parlare solo di fede e religione, ma di vita, di storia, nelle sue ombre e nei suoi colori, nelle sue vie e nelle sue “contraddirezioni”.

Il titolo di questo articolo è tratto proprio dal libro della Sapienza, al cap. 7, versetto 10: si tratta di una definizione della sapienza posta sulle labbra di Salomone.

Il giovane Salomone, che era diventato re, chiese a Dio non ori e argenti per la sua persona, ma il dono della sapienza per leggere e comprendere le necessità del suo popolo, la voce dei più poveri e il grido dei diseredati.

Volendo tornare al principio, all’ etimo di tale parola, possiamo ascoltare la voce del saggista Roland Barthes, il quale scriveva: “La sapienza è alla fine nessun potere; un po’ di intelligenza e di sapere, ma quanto più sapore possibile”.

La sapienza, allora, può essere paragonata al sale, che permette di dare sapore e gusto ai cibi. Senza il sale, infatti, tutto sarebbe insipido.

Ci domandiamo: tutto questo discorso affascinante sulla sapienza come può tradursi nella nostra vita? Questa teoria può piegarsi nella pratica? La risposta è certamente affermativa.

La crisi di oggi, purtroppo, trova nello smarrimento della sapienza una delle sue cause più atroci. Se si cammina nella piazza della propria città, si nota tanta gente che cammina senza un briciolo di gusto per la propria vita, per il proprio lavoro (per chi ce l’ha ovviamente), per tutto ciò che ha. Di contro, però, vi sono ancora diverse persone che agiscono con passione e fanno si che anche gli altri possano gustare il sapore agrodolce della vita.

La persona sapiente, in ultima istanza, non è chi sa tutto e meglio di tutti, ma colui che riesce a leggere i messaggi contenuti nella storia e non rimane alla finestra a guardare, ma esce di casa, entra nella piazza e aiuta i suoi simili a comprendere le provocazioni del passato, a interpretare il presente e a dare orientamenti per il futuro.

Si può essere colti ed eruditi a livello alto, eppure incapaci di spiegare e di comprendere in profondità la verità e l’autenticità delle cose. La sapienza è, invece, una dote che è, sì, frutto di studio, ma è anche dono; è impegno di ricerca intellettuale, ma è anche maturità personale. Su questo crinale si misura la vera cultura, ma anche la genuina ricchezza interiore di una persona. Ed è solo per questa via che si può diventare maestri, anche senza avere i titoli accademici.

Possiamo forse fare nostre le parole dello stesso Salomone, che chiedeva a Dio non ricchezze materiali, ma la sapienza del cuore, convinti che anche noi, in tal modo, potremmo essere non più insipienti, bensì sapienti!

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