Questo Paese, l’Italia non ha pietà, non soccorre i feriti non seppellisce i morti. Ricorda solo ciò che è stato e solo se le ha procurato qualche medaglia. Come tutti i Paesi, forse un po’ di più, ospitiamo grandi uomini più che uomini grandi. Alcuni dei nostri “Presidenti” viaggiano per il mondo in prima classe con i soldi di tutti gli italiani mentre pochi si sono pagati un biglietto di tasca propria: Pertini e Mattarella.

I giornalisti scrivono della vita altrui, il telegiornale è un film dell’orrore. La fila per grattare il grattino vincente, la fila per l’ultimo modello di cellulare che ci avvicinerà al mondo, ma ci allontanerà da noi stessi.

Abbiamo un vocabolario che non va più di moda, un linguaggio breve, quanto i 150 caratteri di un sms o i 140 di un tweet, o illimitato, come consentono whatsapp e messenger. Abbiamo una sintassi da balbuziente. Abbiamo frequentato le solite facoltà per accontentare i genitori. La dignità la dà il prefisso prima del cognome sul biglietto da visita. In libreria accumulano polvere i libri di Oriana Fallaci, di Umberto Eco, di Erri De Luca, di Stefano Benni, di Alda Merini e Ágota Kristóf; tutti però taggano frasi, postano aforismi e versi di poesie sui social network. Siamo esperti all’occorrenza di tutto e in sostanza ignoriamo tutto. Siamo un Paese pieno di santi, ma di pochi miracoli. Un Paese di poeti e sognatori. Nelle scuole preferiamo Manzoni a Pasolini. Ci siamo tutti indignati per Charlie Ebdo, ma prima che accadesse la tragedia non ne avevamo mai sentito parlare, figuriamoci, non sappiamo chi sia Andrea Pazienza. I preti sono sempre più colti e istruiti, parlano poco il linguaggio del popolo che confessano. In Italia ascoltiamo Radio Maria, ma fingiamo di non sapere che “non fare il bene equivale a fare il male”.

Nelle scuole, agli insegnanti lo Stato permette solo di “informare” e non di “formare”, di “metter dentro”, invece di “educere”, di “manipolare”, o persino abbandonare, piuttosto che di educare.

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro che pochi riescono a trovare. Il Paese del Nord e del Sud, degli Ospedali in cui forse ti curano e forse muori prima. In Italia i Vangeli dovrebbero essere riscritti da Saviano perché qualcuno si accorga che vi è la parola d’onore di un Dio che non abita in chiesa né in cielo ma in ognuno, nella distanza che c’è tra me, te e voi, ogni volta che si cerca di capirsi per avvicinarsi. L’Italia della mafia che per esistere deve ammazzare i poveri cristi per strada e fare affari in giacca e cravatta coi grandi cristi. L’Italia che scaglia la prima pietra tanto nessuno ha visto dove è finita.

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Damiano Landriccia
Damiano Landriccia nasce ad Andria, nel 1973. Sposato, con tre figli, vive a Trani. Ama leggere e scrivere. Ha scritto e scrive recensioni cinematografiche per il Mensile Culturale milanese “Quarto Potere” (www.quartopotere.com). Ha scritto per la rivista di moda pugliese “City View”. Ha vinto il Festival Teatrale U.A.I. – Atti Unici Italiani – di Reggio Emilia nel 2004. Gli hanno di seguito rappresentato il Testo vincitore “Il Grande Padre” a Reggio Emilia presso “Il Teatro Piccolo Orologio” sempre nel 2004. Edizioni Babila gli ha pubblicato delle poesie nel libro “Ad un passo dell’anima - dal verso all’immagine”. I testi teatrali sono pubblicati su www.dramma.it. Altri testi e poesie sono pubblicate sul sito www.ewriters.it

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