Ho sempre pensato che il padre di tutti i mali, il peccato originale da cui scaturisce il malessere di un Paese o di un individuo, sia la cattiva informazione da cui questi viene bombardato. Decisioni politiche, economiche, persino spirituali, sono completamente condizionate da chi possiede il potere di “fare informazione”, da chi ha la responsabilità di veicolare l’opinione pubblica a proprio piacimento, da chi ha la capacità di far dire al lettore medio, congiuntamente al proprio pensiero o al pensiero del giornale per cui scrive, se è pro o contro l’aborto; pro o contro la fecondazione assistita; pro o contro quella o quell’altra guerra; pro o contro quello o quell’altro provvedimento del governo.

A seconda delle notizie che riporta e, soprattutto, in base a come sceglie di presentarle (toni, modi, termini, enfasi, etc.), il giornalista, anziché fornire al lettore tutte le nozioni necessarie per consentirgli di trarre una sua personale conclusione, generalmente gli conferisce la sola possibilità di legittimare l’opinione che quello stesso giornalista (o il suo capo) ha già in mente di trasmettere.

Insomma, è come se la lettera “A” fosse la lettera preferita del giornalista e questi, anziché parlarti dapprima di tutto l’alfabeto (dovere di cronaca) e poi lasciarti decidere anche quale sia la lettera che più ti piace, ti parlasse solo ed esclusivamente della lettera A, convincendoti del fatto che questa, vedrai, sarà anche la tua lettera preferita. E pensare che, di regola, egli dovrebbe avere il solo compito di garantire al lettore la possibilità di costruirsi una propria valutazione sui fatti, di crearsi un’idea propria su chi ha ragione e chi no, di sviluppare un proprio pensiero critico, di scegliersi una propria lettera dell’alfabeto.

Prima di addentrarmi nel mondo di coloro che “fanno informazione”, mi sono interessato del mondo di chi “recepisce le informazioni”.

Qual è il livello culturale dell’Italiano che, come una spugna, è costretto tutti i giorni a sorbire titoli, occhielli e sommari da editorialisti sempre più spietati e sempre più faziosi?

Ci sono due indagini internazionali, che avrebbero meritato maggiore attenzione, sull’istruzione primaria e la cultura diffusa degli italiani, pubblicati a cura della ricercatrice Vittoria Gallina nei saggi: La competenza alfabetica in Italia. Una ricerca sulla cultura della popolazione (Franco Angeli, Milano 2005) e Letteratismo e abilità per la vita. Indagine nazionale sulla popolazione italiana (Armando, Roma 2006).

Cosa dicono queste indagini? Ce le riassume Tullio De Mauro, noto linguista Italiano: “Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra: sono analfabeti totali. Trentotto su cento lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta semplice e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione, ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona indecifrabile. Tra questi, il 12 per cento dei laureati. Soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea“ (http://www.arcoiris.tv/tag/Tullio%20de%20Mauro/ ).

Secondo un’indagine condotta dall’agenzia NOP World, nella classifica dei Paesi che dedicano più ore (a settimana) alla lettura, l’Italia si colloca alla 23esima posizione su un totale di 30 Paesi scelti. Stando a questa indagine, in Italia in media si legge solo 5 ore e 36 minuti a settimana, contro le quasi 15 ore passate davanti allo schermo della tv. La nostra nazione è dietro a Paesi quali Filippine, Sudafrica, Indonesia, Venezuela, Germania, Usa, etc.

Siamo proprio sicuri, dunque, di essere capaci di contrastare il pensiero dominante imposto dal Grande Potere, di saperci emancipare attraverso il nostro senso critico, di essere in grado di farci scudo con il “libero pensiero” in una società così complessa, dinamica e colma di grandi conflitti tra interessi privati e quelli collettivi? O forse dovremmo dare ragione al vecchio Orwell e convenire con lui sul fatto che se l’Informazione ci dicesse che 2+2=5, noi probabilmente ci crederemmo?

Andrea Camilleri ha dato la sua risposta qui: https://www.youtube.com/watch?v=nPU9BKfiNFA

La mia risposta, invece, è che la lettera “C” è senza alcun dubbio la più bella di tutte. Fidatevi.

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Luca Ribatti
Sono nato ad Andria nel 1993 e, attualmente, studio "Economia delle Imprese e dei Mercati" a Milano. Durante i miei studi ho sviluppato un particolare interesse per la MacroEconomia e per le Politiche Economiche; seguo con fervente passione la Politica Locale e, soprattutto, quella Nazionale. Credo fermamente nell'attivismo, nella dedizione e nella partecipazione. In fissa con la diffusione di sana informazione, passo la maggior parte del mio tempo ad indagare. Da più di due anni, tratto quotidianamente temi legati alla Religione e alla (a)Teologia. Tendenzialmente amante del pensiero di Bertrand Russell. Il Rap vince su tutto. Il resto lo scoprirete da soli.

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