Vito Galatolo, capomafia dell’Acquasanta, ha un curriculum criminale di tutto rispetto. Deve scontare un ergastolo per aver preso parte all’omicidio del generale Dalla Chiesa ed è stato dimostrato il suo coinvolgimento nel fallito attentato all’Addaura, contro Falcone. A proposito: intorno all’Addaura, fitti rimangono i misteri, primo fra tutti, la presenza sul luogo del fallito attentato di uomini esterni a Cosa Nostra…

Recentemente, Galatolo ha confessato all’autorità giudiziaria una verità terribile che riporta le lancette della storia ad un periodo tragico della storia italiana: il periodo delle stragi del ‘92 e del ‘93.
Galatolo, infatti, ha rivelato il progetto di un attentato ai danni di Nino Di Matteo, per il quale le famiglie mafiose palermitane si sarebbero attivate nel recuperare l’esplosivo. Qualche giorno fa, il mafioso ha chiesto di parlare proprio con Di Matteo per metterlo in guardia, spiegando di aver preso parte ad un summit di mafia dove si sarebbe parlato di pianificare il suo assassinio. Nel progetto, ha aggiunto, sarebbero coinvolti, ancora una volta, soggetti esterni a Cosa nostra che avrebbero dato l’input.
Soggetti esterni che, secondo il pentito Gaspare Spatuzza, erano presenti pure nella preparazione e successiva attuazione della strage di Via D’Amelio, dove persero la vita il Giudice Borsellino e gli agenti della sua scorta…

Nino Di Matteo è attualmente il pm più esposto d’Italia, titolare di quel processo sulla trattativa che tanto infastidisce Totò Riina – non si capisce per quale motivo vista la mole di ergastoli che il vecchio boss deve scontare – e non solo purtroppo.
Ora che la verità è emersa, le vite di Di Matteo, dei componenti della sua famiglia e degli agenti di scorta sono ancora più a rischio. Tanto più che le attuali misure di sicurezza – ricordo che la scorta del Magistrato non è stata ancora dotata del dispositivo bomb jammer, nonostante le molteplici promesse del Ministro Alfano – non impedirebbero che venga nuovamente premuto il bottone di un telecomando collegato ad un carico di esplosivo.

Come avvenne 22 anni fa, la città di Palermo e la parte sana di questo Paese sono ripiombate nella paura di dover rivedere immagini terribili raffiguranti corpi fatti a pezzi, palazzi sventrati, lacrime e disperazione. Come 22 anni fa, è triste constatare una dolosa indifferenza da parte dei vertici istituzionali, ma anche dei media e dei principali quotidiani – fatte le doverose eccezioni – sul pericolo concreto che riguarda un vero servitore dello Stato.

L’Italia è un paese anomalo, nel quale, con una facilità imbarazzante, vengono creati eroi da celebrare esclusivamente e perentoriamente da morti. Amiamo i blocchi di marmo sui quali depositare ipocrite corone di fiori, piuttosto che uomini di carne e ossa da sostenere, durante la loro vita, con gesti concreti.
È avvenuto prima con Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino, tutti osteggiati in vita e celebrati da morti. E ora sta accadendo con Di Matteo, ma anche con Saverio Masi – caposcorta dello stesso pm Di Matteo – i quali sono considerati colpevoli di una “grave colpa”: cercare la verità nel paese dei balocchi.

Ma chi ha paura della verità? Chi per primo commissiona le corone dei fiori per i servitori dello Stato morti ammazzati? Chi invece di combattere la tracotanza criminale ha trattato, e tratta ancora, con i picciotti? Chi per mantenere salde le proprie poltrone ha tradito, e tradisce ancora, i veri servitori dello Stato?

Ricordo l’amara constatazione del Generale Dalla Chiesa: “Mi mandano in una realtà come Palermo, con gli stessi poteri del Prefetto di Forlì”.
Dal canto suo, Giorgio Gaber cantava: “La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione”.
La partecipazione presuppone conoscenza. Chinnici, Dalla Chiesa, Cassarà, Zucchetto, Falcone, Borsellino, Don Puglisi e tanti altri sono morti anche perché noi non siamo stati sufficientemente attenti: siamo stati indifferenti, siamo rimasti in poltrona. Oggi abbiamo il dovere di non commettere gli stessi errori, lo dobbiamo a quegli uomini morti anche per consentirci di vivere in una società genuina e libera dalla zavorra delle collusioni politico-mafiose. E lo dobbiamo soprattutto a chi oggi lotta affinché quelle idee di libertà continuino a camminare. Perché camminino anche sulle nostre gambe di semplici cittadini, occorre ripartire da tre verbi: partecipiamo, conosciamo, schieriamoci.

Giuseppe Leonetti


[Foto di copertina: www.laspeziaoggi.it ]

 

 

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Giuseppe Leonetti
Una famiglia dalle sane radici, una laurea in Giurisprudenza all’Università di Bologna, con una tesi su “Il fenomeno mafioso in Puglia”, l’esperienza di tutti i giorni che ti porta a misurarti con piccole e grandi criticità ... e allora ti vien quasi spontaneo prendere una penna (anzi: una tastiera) e buttare giù i tuoi pensieri. In realtà, non è solo questo: è bisogno di cultura. Perché la cultura abbatte gli stereotipi, stimola la curiosità, permettere di interagire con persone diverse: dal clochard al professionista, dallo studente all’anziano saggio. Vivendo nel capoluogo emiliano ho inevitabilmente mutato il mio modo di osservare il contesto sociale nel quale vivo; si potrebbe dire che ho “aperto gli occhi”. L’occhio è fondamentale: osserva, dà la stura alla riflessione e questa laddove all’azione. “Occhio!!!” è semplicemente il titolo della rubrica che mi appresto a curare, affidandomi al benevolo, spero, giudizio dei lettori. Cercherò di raccontare le sensazioni che provo ogni qualvolta incontro, nella mia città, occhi felici o delusi, occhi pieni di speranza o meno, occhi che donano o ricevono aiuto; occhi di chi applica quotidianamente le regole e di chi si limita semplicemente a parlare delle stesse; occhi di chi si sporca le mani e di chi invece osserva da una comoda poltrona. Un Occhio libero che osserva senza filtri e pregiudizi…

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