Dare tutte le colpe al colonialismo sarebbe riduttivo, ma i retaggi di quel fenomeno che ha coinvolto quasi tutte le nazioni europee sono ancora tutti là: a dilaniare il continente nero.

“Raccogli il fardello dell’Uomo Bianco […] riempi la bocca degli affamati- e prometti la fine delle malattie…”. È un verso della celebre poesia “Il fardello dell’uomo bianco”, scritta nel 1899 da Rudyard  Kipling e che servì, quasi inconsciamente, a fare da proclama  per la missione civilizzatrice dell’uomo bianco in Africa.

Ufficialmente, non ci sono più imperi coloniali in Africa. La “missione civilizzatrice” delle potenze europee nel continente nero è terminata, spesso in maniera dolorosa (come nel caso dell’Algeria e del Congo) negli anni 60 con l’indipendenza degli stati africani da Francia, Inghilterra e Belgio, ma  i legami tra i vecchi colonizzatori e gli stati sorti al crollo degli imperi, sono ancora tutti lì, evidenti, a ricordarci quei decenni tra il 1870 e il 1970.

All’apparenza sono legami linguistici e sociali. In realtà, come all’inizio dell’avventura coloniale, sono le ricchezze africane e gli intrecci geopolitici a contare.

I motivi della corsa all’imperialismo sono noti. Tutti volevano godere delle immense risorse naturali africane, poco o quasi per niente sfruttate dalle popolazioni indigene, sparse nelle immense distese delle foreste africane e nei deserti.

Farsi un impero poi, portava un prestigio incontrovertibile in patria e agli occhi dei nemici. Ne sa qualcosa il re del Belgio Leopoldo II che acquistò letteralmente il Congo come proprio possedimento, o Otto Von Bismarck, il cancelliere di ferro prussiano che decise, insieme al re Guglielmo I, di provare l’avventura coloniale per occupare quel poco di Africa rimasta, pur di non sminuire la propria nazione davanti all’ Inghilterra e alla regina del colonialismo: la Francia.

All’alba della terza Repubblica francese (1870) l’impero coloniale francese si estendeva per quasi tutta l’Africa settentrionale e centrale. Le gloriose colonie raggruppate nell’ Africa occidentale francese e Africa francese del Nord lasciarono spazio agli stati nazionali africani nel 1960.

In realtà la Francia non ha mai lasciato la sua amata “Françafrique”. Il legame, strettissimo, tra Parigi e le ex colonie rimane intatto. Non solo nella lingua, visto che le ex colonie (tra le quali Algeria, Mali, Senegal, Mauritania) sono francofone. Le enormi risorse naturali minerarie ed energetiche africane continuano a fare gola ai francesi che, dal canto loro, anche materialmente e diplomaticamente non hanno mai abbandonato le loro ex colonie.

Ed ecco che la Francia è impegnata da anni in Mali, ex Africa occidentale francese, in una missione militare per contrastare il terrorismo jihadista. Il Mali fa parte del Sahel, lembo di terra africana compresa tra Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad e Sudan. In questi territori, quasi tutte ex colonie francesi stanziano foreign fighters e guerriglieri scacciati da Libia Iraq e Siria. Nello stato del Mali Parigi ha ancora grossi interessi economici e i militari impegnati sono lì per proteggere anche i tanti francesi che ancora vivono nella ex colonia. La presenza dei militari francesi in Mali è, secondo alcuni osservatori, la causa dei continui attacchi terroristici in Francia a partire dal novembre del 2015.

Anche l’Italia ha avuto il suo “Posto al sole”. L’Africa orientale italiana comprendeva Eritrea ed Etiopia ma soprattutto, in Africa settentrionale, la Libia.

Qui, nel caos libico del post Gheddafi, l’Italia non riesce, come fa la Francia nella Françafriquè, a tutelare i suoi interessi economici e di sicurezza nazionale (vedi crisi dei migranti), forse per paura del suo passato coloniale, lasciando ad altri la responsabilità di guidare le scelte politiche libiche.

Chi non ha mai fatto i conti con il suo passato coloniale e si è dimostrato abbastanza maldestro nell’amministrare le colonie furono Germania e Belgio.

L’Africa orientale tedesca comprendeva, a partire dal 1885, Burundi, Tanzania e, più a sud, la Namibia. Le vessazioni compiute dai tedeschi nei confronti delle popolazioni locali, portarono alla morte di quasi 50 mila abitanti herero, popolazione indigena della Namibia. Unica loro colpa, fu quella di aver voluto difendere la propria terra e le proprie tradizioni dai colonizzatori, in quello che gli storici definiscono primo genocidio del ventesimo secolo.

L’altra potenza ad aver causato molti problemi post coloniali alle popolazioni africane è stato il piccolo Belgio, simbolo, per certi versi, di quello sfruttamento ignobile e razzista delle ricchezze africane che fu il periodo coloniale.

L’ex Congo Belga insieme a Ruanda e Burundi costituirono l’Impero coloniale Belga. Le vicende legate alle colonie belghe sono torbide e piene di sangue. Pur se indirettamente, il genocidio in Ruanda e le guerre civili in Congo sono stati causati dal colonialismo disorganizzato dei belgi, abilissimi nel sfruttare le immense risorse naturali africane.

Diamanti e minerali per uno stato, l’attuale Repubblica democratica del Congo, che a quasi 50 anni dall’indipendenza dal Belgio, continua ad essere minata da guerre civili e fame.

Nel Congo abbondavano le foreste e con esso un materiale richiestissimo in Europa: il caucciù. Per commercializzarlo e portarlo in Europa, il Belgio del re Leopoldo II mostrò al mondo la sua faccia peggiore. Il “terrore del caucciù” portò alla morte 10 milioni di congolesi, derubati dai colonizzatori non solo delle loro ricchezze naturali, ma anche dalla dignità, visto che molti venivano mutilati per aver raccolto poco materiale. Oggi, conseguenze del razzismo e dello sfruttamento belga, sono le guerre civili che infiammano la Repubblica Democratica del Congo e la povertà estrema della popolazione.

Nell’ex colonia tedesca del Ruanda-Urundi, dopo la prima guerra mondiale arrivarono i belgi, che già amministravano una grossa regione nella zona dei grandi Laghi.

I belgi, se pur inconsciamente, commisero un errore madornale. In Ruanda le due etnie principali, quella dei Tutsi e quella degli Hutu, hanno sempre vissuto pacificamente. I belgi però ritenevano i tutsi più intelligenti ed affidarono loro posti di prestigio all’interno dell’amministrazione ruandese. Gli hutu, a detta dei colonizzatori, erano stupidi e buoni solo per lavori manuali.

La classificazione arbitraria dei colonizzatori fomentò il razzismo e l’odio che portò nel 1994 al genocidio in Ruanda, il genocidio del machete.

Furono un milione le vittime di una violenza incontrollata da parte delle due etnie che fino all’arrivo degli europei vivevano pacificamente. Oggi da quella che fu colonia prima tedesca e poi belga sono sorti il Ruanda e il Burundi. Qui, ancora oggi le due etnie rivali si combattono, in quella zona, compresa nei grandi laghi africani, che è contemporaneamente la più povera del mondo ma la più ricca di risorse naturali.

A 50 anni dalla fine, apparente, del colonialismo, l’Africa continua a fare i conti con il suo passato fatto di razzismo e sfruttamento. Molte delle guerre civili che continuano ad infiammare il continente nero sono causate dalle scelte, fatte a tavolino, dagli ex colonizzatori. Dividere le proprie ex colonie con una cartina geografica e con una matita, senza tener conto delle complessità geopolitiche dei luoghi e degli attriti tra le tribù locali, ha portato alle crisi ancora in atto in Sud Sudan e nel Corno d’Africa.

Capire l’Africa dal punto di vista geopolitico non è semplice. Un continente composto da popoli nomadi e in lotta tra loro da sempre, un territorio dove la siccità e la biodiversità condizionano lo sviluppo economico e sociale, li, dove però batte il cuore pulsante della terra.  Il paese che dispone di enormi risorse naturali tra cui minerali preziosi, gas, diamanti e petrolio continua a fare i conti con la fame e il sottosviluppo.

Dare la colpa al colonialismo è riduttivo e sarebbe un errore storico, ma i retaggi di quel fenomeno che ha coinvolto quasi tutte le nazioni europee sono ancora tutti là: a dilaniare il continente nero.

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Riccarda Lopetuso
Sono laureata in Giurisprudenza all'Università di Bari con una tesi sulla politica estera dell'Unione Europea. La parola "Libertà" è, per me, la più bella e importante che esista..

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