Si fa un gran parlare della Scuola e degli insegnanti che, a detta di qualcuno, sarebbero dei fannulloni scioperati. Per una volta, noi di Odysseo preferiamo non entrare nel vivo del dibattito. O meglio: lo facciamo lasciando la parola ad un’insegnante che ha scelto di metterci la faccia.
La lettera che pubblichiamo è stata realmente indirizzata a degli alunni, al termine di un anno scolastico.
A voi, lettori, come sempre, il potere e la libertà delle vostre considerazioni.

 

Miei cari alunni,

vi scrivo questa lettera per ringraziavi di essere stati parte della realizzazione di me. Vi ringrazio perché ogni giorno “mi costringete ” ad essere adulta e a donarmi al mio lavoro in modo inesauribile. Vi ringrazio perché mi ricordate, guardandovi, di essere fonte, luce per voi, e mi aiutate a superare le mie fragilità, per propormi sempre come un esempio da imitare.

Spesso, noi adulti, anche se non ve ne diamo a vedere, sogniamo di abbandonare l’egida della saggezza per ritornare bambini, nel tempo cioè in cui ricevevamo in abbondanza senza la fatica del dare.

Dio solo sa quante volte vorremmo ancora avere l’età di farci guidare per mano attraverso le strade del mondo e farci indicare, con il dito indice, quella più giusta da prendere. Dio solo sa quante volte vorremmo farci prendere in braccio perché troppo stanchi di camminare sulle difficoltà della nostra vita e di quella delle persone che si affidano a noi. Dio solo sa quante volte arriviamo allo sfinimento e in quel momento vorremmo aprire gli argini per lasciarci andare, per scomparire come acqua di fiume nei pertugi delle strade, nelle insenature dell’asfalto, nelle arsure della terra.

Non vi ho mai ringraziato abbastanza per non avermi permesso di mollare mai e per avermi ricordato di essere umile e di non inebriarmi di me, se non dopo aver valutato i risultati, e di non inebriarmi delle mie parole, se non dopo averne valutato l’efficacia.

Voi mi avete insegnato che le parole non sono belle in quanto tali,  ma lo sono solo quando curano. Quando chi le dice, quindi, sa riconoscere le malattie.

Le parole sono belle quando, come calce, vanno a colmare i buchi nell’anima o come quando, piano piano, un po’ alla volta, giorno dopo giorno, chi le riascolta nella mente si ripara e si rinnova.

Ma vi ringrazio anche perché mi avete aiutata a capire quella che sono e che voglio essere. È vero, non sono un’opera d’arte, ma sono la mia creazione, il mio puzzle di pezzi, che non sempre sono stati incastrati ad arte. Spesso, come un baro, li ho messi insieme forzando, schiacciandoli ben bene con il palmo della mano, in modo che sembrassero fatti apposta per fondersi e il risultato è stato un puzzle imperfetto, un po’ sbilenco, gonfio in alcune parti, dal disegno incoerente, ma mai stonato, che voi, ogni giorno, avete contribuito a rendere bello per me e per chi mi ama.

Sì, è così. Io sono un puzzle per caso. Che ho costruito secondo un disegno non originario. Che ho amato e odiato durante il suo componimento. Un puzzle sofferto, dove ho cercato invano alcuni pezzi e ho dovuto accontentarmi di altri per non lasciare vuoti troppo visibili a me e a gli altri.

Non a tutti è piaciuto il mio puzzle e non so se sia piaciuto a voi, ma so che ho cercato di fare del mio meglio, anche mio malgrado, e mi auguro che anch’io, in qualche modo, abbia contribuito a creare la vostra opera d’arte.

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