Egregio Signor Morricone,

non ho il suo indirizzo, non so dove recapitarla questa mia lettera. Così la spedisco ad altre persone come me. La condivido. Come si condivide la fame, la sete, l’amore, l’odio, la saliva, le parole, la gioia, la tristezza.

La Sua musica ha accompagnato gran parte della mia vita e, quello che si nasconde dentro il mio corpo, lo sa. Le mie vene si sono tese come le corde di uno dei tanti strumenti delle sue colonne sonore.

Deborah’s Theme ha reso onore quell’uomo straordinario che era Sergio Leone, ha conferito il premio della grazia ad un film forse sopravvalutato come “C’era una volta in America”: dio come la amo!

Nella vita di un uomo si chiudono delle porte e se ne aprono altre, si accende una luce un giorno e se ne spegne un’altra il giorno dopo, senza senso. La musica è sempre la stessa, onesta, non bara come la vita.

Mi è capitato di non sapere più dove guardare, ma potevo sentire e il sentire diventava una mappa, una nuova strada da percorrere, perché sono altre le vere mappe e certamente non quelle con sopra i nomi dei potenti.

Una magica terra di note che si fanno spazio, si infilano come un vento caldo negli anfratti di questa terra piena di santi e poco miracolosa.

Ora sta suonando quella “grandiosità” della sua colonna sonora tratta dal film “Vittime di guerra”: il coro delle voci si alza in grido, i violini archeggiano sontuosi più in alto di ogni dio, l’orchestra si prepara ad affrontare l’aria vuota di tutto il mondo per riempirla, poi esplode ed ecco uno dei tanti paradisi di cui può essere capace l’uomo.

Ci vuole coraggio nel cinema ad usare il silenzio, sono immaginabili certe scene senza l’accompagnamento sonoro; nella vita le cose accadono e nessuno distrae il cuore dagli occhi, purtroppo vedi ogni momento con la crudeltà della casualità che ti appartiene.

La fatica che costa cercare una risposta alle domande se qualcuno di noi è voluto, amato e necessario in questo mondo, possiamo accompagnarla con la musica oltre che con le parole: un solo cielo stellato pieno di note che non hanno padroni né gole infiammate e torturate dentro cui la parole faticano a volte a spiegare.

Stavo lì sdraiato sul mio divano e mi sentivo come “l’uomo che è bene ma non è il bene, come l’uomo che ha una meta ma non un itinerario”. Ascoltavo Lei e non diventava tutto più comprensibile, ma solo più onesto con l’abito pulito della musica.

La Sua musica non è la chiesa, non è la religione, ma è la “fede” in tutto ciò che di buono esiste.

La musica, Signor Morricone, può buttare nel cesso del mondo il diritto all’egoismo che noi uomini ci siamo arrogati. La musica è altruismo. È il contrario di un cancro. È la medicina che ancora prima di fare effetto, ti aiuta a stare meglio.

Grazie.

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Damiano Landriccia
Damiano Landriccia nasce ad Andria, nel 1973. Sposato, con tre figli, vive a Trani. Ama leggere e scrivere. Ha scritto e scrive recensioni cinematografiche per il Mensile Culturale milanese “Quarto Potere” (www.quartopotere.com). Ha scritto per la rivista di moda pugliese “City View”. Ha vinto il Festival Teatrale U.A.I. – Atti Unici Italiani – di Reggio Emilia nel 2004. Gli hanno di seguito rappresentato il Testo vincitore “Il Grande Padre” a Reggio Emilia presso “Il Teatro Piccolo Orologio” sempre nel 2004. Edizioni Babila gli ha pubblicato delle poesie nel libro “Ad un passo dell’anima - dal verso all’immagine”. I testi teatrali sono pubblicati su www.dramma.it. Altri testi e poesie sono pubblicate sul sito www.ewriters.it

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