Luca, amico mio, ti scrivo.

Ci ritrovavamo ogni venerdì sera nel solito pub, davanti la solita pinta di birra, doppio malto. Ora mi parli di come Facebook ha cambiato la vita di molti, tra cui la tua, ma io non capisco come si possa surrogare la presenza fisica: perché mai un amico se ha bisogno di me o ha piacere di rivedermi, di risentirmi, non dovrebbe invitarmi a bere un caffè, un the o una birra?

Che senso ha l’amicizia senza la concretezza di certi gesti semplici, atavici e purtroppo oramai in disuso? Non si può sostituire un abbraccio o una risata faccia a faccia con un chattata, non si possono condividere su un social network certe deviazioni sane come l’amicizia, la fratellanza e magari l’amore. Non si può costruire una sana relazione stando dietro un monitor, non si può trovare la giusta ispirazione per una vera conoscenza reciproca.

Quel mondo finto, quel mondo virtuale in cui troppi si rifugiano è pieno di variabili e di poche costanti; scusami, lo so che parlo da informatico, in fondo lo sei anche tu, ma i social network sono un insieme di persone che possono modificare in qualsiasi momento una certezza qualsiasi con due righe o un click, mentre la vita vera ha necessità di costanti ovvero di informazioni che non possono essere cambiate in corso d’opera: se faccia a faccia, mentre ti parlo, mi sorridi e se qualche minuto dopo decidi di guardarmi perplesso, io ho diritto a sapere per quale motivo, appunto per questo la vita di ogni giorno esige la costante del comportamento empatico.

Il più delle volte si parla di vita e di come il tempo ci ha vestiti o svestiti, ci ha resi goffi, fragili, sempre più precari ed è un motivo valido per bere qualcosa in compagnia o farsi una passeggiata in certi luoghi poco selfie che ci circondano, parlando, parlando e ascoltando. Incontriamoci una sera che le famiglie ce lo permettono. Potremmo bere quella roba con tanta anidride carbonica dolce e di colore scuro, ma fa male! Ordiniamo invece delle patate salate a dovere, una pizza magari sul piccante andante e una sana amichevole birra.

Non ti mancano gli anni Novanta? Io vorrei riavere quella vecchia cabina telefonica in piazza da cui chiamavo solo per necessità mentre oggi tutti camminano costantemente con il cellulare in mano in attesa della risposta ad un sms inviato. Gli appuntamenti te li ricordi? Erano presi una settimana prima e valevano quanto dei contratti. Non vorrei esagerare ma persino le ragazze mi sembrano diverse: più tranquille, meno aggressive. In fondo sono tutte sensazioni personali.

Persino andare in giro, viaggiare era diverso: tutti si fidavano, ti offrivano da mangiare, da bere e da dormire perché nessuno ancora aveva ficcato nell’animo altrui la paura del mostro nascosto in ognuno. Mostro? Sì, parlo di cosa la gente pensa a priori di poter intravedere dentro di te, di cosa pensano a priori saresti capace di fare. Eppure i migliori travestimenti le persone deviate, malate, li trovano grazie alla rete e ai social network.

Ok, non tutti siamo uguali e molti hanno con certi strumenti informatici un buon rapporto perché li usano coscientemente e diligentemente solo per distrarsi o per ricercare un parente o un vecchio amico. Ma è a causa di tutto ciò che si è nascosto, di ciò che ha trovato una tana, un covo nella rete, se noi esseri umani abbiamo esasperato la paura inconscia che possa celarsi nel prossimo: un mostro.

La rete e tutti gli applicativi o programmi hanno, obiettivamente, avvicinato la cultura e l’istruzione e l’informazione a tutti e quasi a costo zero, basta un piano tariffario con connessione dati sul proprio smartphone o tablet. La lontananza lavorativa e affettiva ora è più vicina e meno faticosa con tutti i programmi di videochiamata che ci sono.

Forse la cosa giusta e saggia è imparare a non abusarne e a porsi dei limiti nell’uso. Forse il sentimento umano con più controindicazioni da combattere è la solitudine, il non sentirsi nessuno se non si è guardati o ascoltati.

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Damiano Landriccia
Damiano Landriccia nasce ad Andria, nel 1973. Sposato, con tre figli, vive a Trani. Ama leggere e scrivere. Ha scritto e scrive recensioni cinematografiche per il Mensile Culturale milanese “Quarto Potere” (www.quartopotere.com). Ha scritto per la rivista di moda pugliese “City View”. Ha vinto il Festival Teatrale U.A.I. – Atti Unici Italiani – di Reggio Emilia nel 2004. Gli hanno di seguito rappresentato il Testo vincitore “Il Grande Padre” a Reggio Emilia presso “Il Teatro Piccolo Orologio” sempre nel 2004. Edizioni Babila gli ha pubblicato delle poesie nel libro “Ad un passo dell’anima - dal verso all’immagine”. I testi teatrali sono pubblicati su www.dramma.it. Altri testi e poesie sono pubblicate sul sito www.ewriters.it

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