Ci sono diversi aspetti dell’Isis che possono far pensare al Nazismo: “I suoi metodi di sterminio e la sua volontà apocalittica di impadronirsi del mondo”, ha scritto Umberto Eco. Si potrebbe aggiungere la rimozione del passato in vista di una società nuova, l’indugiare sul sentimento di vendetta, l’ostentazione della propria purezza rispetto agli altri (veri musulmani contro infedeli come ariani contro non-ariani). Infine l’aspetto per cui gli adepti vedono nella nascita del loro Stato qualcosa di messianico, una volontà divina nel caso dell’Isis, un’evoluzione ineluttabile della Storia per i nazisti, in ogni caso un impulso metafisico.

Quest’ultimo aspetto è quello forse più pericoloso, perché è ciò che rende attrattivo lo Stato Islamico per migliaia di giovani musulmani da tutto il mondo. I cosiddetti “foreign fighters” sono giovani e meno giovani, nati lontano dalle zone di conflitto, che ad un certo punto decidono di unirsi alla guerra schierandosi con uno degli attori della contesa. Un rapporto delle Nazioni Unite dice che sono circa 25 mila quelli unitisi all’Isis. Molti provengono anche dall’Occidente, circa 5 mila, anche se sono stime difficili da fare. Una sessantina sarebbero gli italiani.

La cosa che lascia basiti ascoltando le loro storie è l’estrema banalità che le contraddistingue. Quasi sempre si tratta di giovani nati in paesi occidentali, cresciuti nelle nostre scuole, formati sulla base dei valori dominanti delle nostre società. Ragazzi venuti grandi in condizioni economiche decenti, con lavori tranquilli, famiglie piccolo borghesi e che per anni, magari, non hanno praticato la loro religione. Ciò che inquieta allora è non capire come mai persone dalla vita tutto sommato agiata possano decidere a un tratto di mollare questa per andare molto probabilmente a morire. In altre parole, un foreign fighter con che cosa baratta la sua agiatezza? Cosa riceve in cambio di tanto importante da valere il prezzo della sua vita oltre che della sua tranquillità?

Di fronte a domande tanto grandi non possiamo che cercare le risposte in menti di altrettante dimensioni. Albert Camus, premio nobel franco-algerino, si era trovato a combattere contro il Nazismo, lasciandosi interrogare in sostanza dalle stesse questioni. Lo aveva fatto nelle Lettere a un amico tedesco, scritte fra il ’43 e il ’44 e uscite sulla stampa clandestina della resistenza francese. Le “Lettere” in realtà si aprono con la risposta alla nostra domanda. È l’amico tedesco che parla: “La grandezza del mio paese non ha prezzo. È buono tutto quanto a questa grandezza contribuisce. E in un mondo nel quale non vi è più nulla che abbia senso, coloro che, come noi, giovani tedeschi, hanno la fortuna di trovarne uno nel destino della loro nazione, devono sacrificargli tutto”. Basta guardare uno dei tanti video di propaganda pubblicati dall’Isis per capire che questa è esattamente la posizione dei foreign fighters occidentali.

Ciò che i ragazzi unitisi all’Isis scambiano con la propria vita piccolo borghese è un senso. Sono persone che un giorno realizzano che un’esistenza fatta di un buon lavoro, la casa, la famiglia, i figli, invecchiare in un appartamento, è una vita in definitiva inutile, che passa senza lasciar traccia. A questa dunque preferiscono una vita che li renda parte di qualcosa di più grande, membra di un corpo unico lanciato verso la realizzazione di una missione nobile e nobilitante. Questo era la Germania per i Nazisti ed è ora lo Stato Islamico per certi musulmani: sacrificare tutto per il destino della propria nazione diventa l’obiettivo più importante.

La cosa crudele è che è un ragionamento condivisibile, che ha una sua logica. La maggior parte degli uomini morti in guerra lo hanno fatto per il destino della propria nazione. L’idea che l’uomo non sia fatto per essere un “pollo d’allevamento” e che debba invece agire in vista di un fine che lo proietti oltre sé stesso, è un’idea abbastanza comune. È un’idea che lo stesso Camus condivide, ed è questo il motivo per cui chiama il prototipo di tedesco a cui indirizza le sue lettere “amico”. Le considerazioni teoriche di base fra “uomo libero” e “nazista” sono le stesse, tuttavia c’è un limite che per l’uomo libero non si può oltrepassare: per quanto grande possa essere il fine, “ci sono mezzi che non si giustificano”.

Così, a un ipotetico foreign fighter italiano, che stesse pensando di volare in Siria e che stesse leggendo questo articolo, chiederei di soffermarsi sulle parole qui sotto prima di prendere la decisione finale. Glielo chiederei perché sta sbagliando, e il perché, meglio di così, non si potrebbe spiegarlo.

“Lei non ha mai creduto che questo mondo avesse un senso e ne ha dedotto la concezione che tutto si equivalesse e che il bene e il male si potesse stabilire ad arbitrio. […] Ne ha concluso che l’uomo è nulla, che si poteva sopprimere la sua anima, che, nella più insensata delle storie, il compito dell’individuo non potesse essere altro che l’avventura della potenza, e la sua morale la realtà delle conquiste. E, in verità, io che credevo allora di pensare come lei, non trovavo quasi argomenti abbastanza consistenti da opporle […].

In cosa consisteva la differenza? Nel fatto che lei accettava con animo leggero la disperazione, mentre io non ho mai potuto consentirvi. Nel fatto che lei considerava ammissibile l’ingiustizia della condizione umana tanto da risolversi ad aggravarla, mentre a me pareva evidente che l’uomo doveva proclamare la giustizia per lottare contro l’eterna ingiustizia, creare un po’ di felicità per protestare contro un universo d’infelicità. Lei invece si è ubriacato della sua disperazione e se ne è liberato erigendola a principio; ha acconsentito a distruggere le opere dell’uomo e a lottare contro di lui per rendere più completa la sua sostanziale miseria.

[…] Avevate scelto l’eroismo indiscriminato perché è il solo valore che resti in un mondo che ha perduto il suo significato. […] Ora che tutto sta per finire, possiamo dirvi cosa abbiamo imparato e cioè che l’eroismo è ben poca cosa, più difficile è la felicità” (A. Camus, Lettere ad un amico tedesco).    

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Andrea Colasuonno
"Andrea Colasuonno nasce ad Andria il 17/06/1984. Nel 2010 si laurea in filosofia  all'Università Statale di Milano con una tesi su Albert Camus e il pensiero meridiano. Negli ultimi anni ha vissuto in Palestina per un progetto di servizio civile all'estero, e in Belgio dove ha insegnato grazie a un progetto dell'Unione Europea. Suoi articoli sono apparsi su Nena News, Lo Straniero, Politica & Società, Esseblog, Rivista di politica, Bocche Scucite, Ragion Pratica, Nuovo Meridionalismo.   Attualmente vive e lavora a Milano dove insegna italiano a stranieri presso diversi enti locali".

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