Incisi sulla pellicola ci sono l’amore, l’egoismo, il tradimento, l’amicizia e il rimpianto. Ognuno può vederci qualcosa.

Mi permetto di sfiorare questo immenso, monumentale film di Sergio Leone “C’era una volta in America”, con parole e opinioni personali che potranno essere in qualsiasi momento contestate.

Una premessa indispensabile e sincera devo farla: è un film che mi commuove con molte scene: la piccola e dolce Deborah, innamorata, che legge la Bibbia al piccolo Noodles indeciso e vittima consenziente della delinquenza dei suoi compagni; il piccolo Patsy che compra un dolce per Peggy, lei ha promesso di mostrarle la sua intimità in cambio di quel dono, ma lui spazientito dall’attesa e dalla fame finisce con il mangiarselo prima; l’assassinio di Dominic che prima di morire, candido, con un filo di voce afferma: «Sono solo inciampato!».

L’ho visto e rivisto in tutti questi anni, ho letto e spulciato tra le tante recensioni e non mi sento di togliergli nulla perché resta un omaggio al cinema di un uomo e regista coraggioso oltre che intelligente.

Sergio leone al Festival di Cannes del 1984 dichiarò: «Ho atteso quindici anni per realizzarlo, questo film sono io. Non sarebbe stato così se l’avessi girato a quarant’anni perché è un film sulla memoria, sulla solitudine sulla morte e il tempo che passa».

Un anno e mezzo di riprese e 10 di montato che spaventarono i produttori: difatti questi ultimi in disaccordo con Leone, ridussero il film a tre ore e 49 minuti, sconvolgendo l’intreccio e la cronologia narrativa: risultato, il film non fu capito né dal pubblico né dalla critica.

La trama era fitta di regressioni e anticipazioni cui minimo 6 ore di film avrebbero reso giustizia e onore. In Italia il 6 luglio del 1984 ne arriva a Cannes una versione di 229 minuti, quella americana era di 139, che in parte attribuisce il senso perduto alla trama. Leone amava i tempi dilatati: un cucchiaio gira in una tazza più di 60 volte e più di venti squilli a vuoto di telefono e tanti altri particolari e finezze registiche.

Nel 2012 al Festival di Cannes è stata presentata una versione restaurata da Martin Scorsese di quattro ore e un quarto che rispettava in parte le volontà artistiche di Leone.

Non è uno dei più grandi capolavori della storia del cinema perché Sergio Leone, a mio parere, non aveva la maturità cinematografica e poetica necessaria a renderlo tale. Può essere definito un miracolo per il talento di certi attori che non nomino volutamente perché sono storia già detta e ridetta, per la dolcezza della colonna sonora, per quella simbiosi e alchimia perfetta tra immagini e musica.

Incisi sulla pellicola ci sono l’amore, l’egoismo, il tradimento, l’amicizia e il rimpianto. Ognuno può vederci qualcosa.

Sergio Leone ha utilizzato il suo coraggio e quanto di meglio ci fosse nel cinema italiano a partire dagli sceneggiatori come Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Enrico Medioli (sceneggiatore di Visconti), Franco Arcalli (sceneggiatore di “Ultimo tango a Parigi” e “Novecento”), Franco Ferrini oltre che Leone stesso e Stuart Kaminsky (per i dialoghi in americano). Tonino Del Colli alla fotografia. Nino Baragli al montaggio. Ennio Morricone autore delle musiche. Costumi di Gabriella Pescucci. Scenografia di Carlo Simi.

Chi è più preparato di me lo reputa il terzo e ultimo capitolo della “Trilogia del tempo” (“C’era una volta il West” e “Giù la testa”) ma è un particolare secondario, ci si deve concentrare sull’essenza, sulla narrazione complessiva debole, sulla ricostruzione storica a tratti inverosimile, sull’uso incosciente e forzato della violenza che sembra attingere dalla commedia all’italiana, sul tentato dramma che diventa purtroppo melodramma.

Sarebbe dovuto rimanere un film in due parti, rimontato ed equilibrato nell’intreccio della trama ma l’insensata e coatta produzione americana lo ha condannato ad essere ancora oggi oggetto di chiarimenti e punti di vista differenti mai concordi sulla morale fraintesa del finale: per lo scrivente solo un atto disperato e presente di Noodles, l’obnubilazione, il tentativo di dimenticare un passato pieno di amici che sono stati sepolti senza essere vendicati e amati abbastanza nella fretta di una guerra scatenata per futilità.

Ricordando la scena in cui Noodles (Robert De Niro) violenta Deborah (Elisabeth McGovern) nella macchina: condivido che sia solo stata la manifestazione incontrollata del carattere predominante di Noodles, un prendersi qualcosa che ha sempre desiderato, alla propria maniera, senza chiedere. Rileggo quei fotogrammi come un tentativo estremo di scovare la forza necessaria per abbandonare il ricordo di una adolescente, Deborah (Jennifer Connelly), uno dei personaggi più belli di tutti il film.

Il giovane Noodles che spiava quella ragazzina così desiderata, senza avere il coraggio di confessarlo, dalla feritoia di un muro è sopravvissuto ma a morire metaforicamente e moralmente è stata Deborah oramai indurita e cambiata dalla vita.

Fortunatamente è un film che con gli anni viene sempre più apprezzato e capito, analizzato, ragionato perché non lo si può guardare con il solito disincanto del già visto: non si può ammirare la bellezza di un arcobaleno da dietro un vetro, l’immensità del cielo non deve avere filtri.

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Damiano Landriccia
Damiano Landriccia nasce ad Andria, nel 1973. Sposato, con tre figli, vive a Trani. Ama leggere e scrivere. Ha scritto e scrive recensioni cinematografiche per il Mensile Culturale milanese “Quarto Potere” (www.quartopotere.com). Ha scritto per la rivista di moda pugliese “City View”. Ha vinto il Festival Teatrale U.A.I. – Atti Unici Italiani – di Reggio Emilia nel 2004. Gli hanno di seguito rappresentato il Testo vincitore “Il Grande Padre” a Reggio Emilia presso “Il Teatro Piccolo Orologio” sempre nel 2004. Edizioni Babila gli ha pubblicato delle poesie nel libro “Ad un passo dell’anima - dal verso all’immagine”. I testi teatrali sono pubblicati su www.dramma.it. Altri testi e poesie sono pubblicate sul sito www.ewriters.it