“Lei, combattente irriducibile dal suo eremo americano, amava andare controcorrente. Ma da sola.”
Ferruccio de Bortoli

 

Amata e odiata, osannata e contestata. Una delle firme più prestigiose del giornalismo italiano e internazionale. Una grande scrittrice, o meglio un grande scrittore, come lei stessa ha voluto fosse ricordata sulla lapide. Una donna. Una donna con l’animo di un uomo, con gli “attributi”.

Lei, Oriana.

Sono entrata in libreria per acquistare “La rabbia e l’orgoglio”. La copertina di un insolito color ciclamino. Forse è stato quel colore. Mi ha colpito. E poi lei, dietro i suoi occhialoni scuri, da diva, fotografata da Oliviero Toscani. Un’espressione dura, di sfida. Ho letto le prime pagine e ho avuto la sensazione che si materializzasse lì, davanti a me. Non riuscivo a smettere di leggere: più leggevo e più mi entrava dentro. Mi ha scosso: la sua personalità, la sua voce vibrante, coinvolgente. Energia pura.

Parole forti le sue, senza mezze misure, pungenti, sferzanti contro l’Islam, contro la sua Italia “infingarda e smidollata” degli pseudo politici e degli pseudo intellettuali, contro l’America che l’ha accolta nel volontario esilio, contro l’Europa così deboluccia ai suoi occhi. Si è scagliata contro “gli avvoltoi che se la godono a veder le immagini delle macerie”, contro i terroristi, contro le “cicale di lusso”. Lei, la donna che ha intervistato i grandi della terra, che a colloquio con l’ayatollah Khomeini ha osato oltraggiosamente togliersi quel burka che le era stato imposto, che non ha esitato a contraddire Arafat sulla questione arabo-israeliana, che ha scambiato il numero di telefono con il Dalai lama. Non ha tralasciato nulla. Non ha mandato a dire nulla. Semplicemente lo ha detto. Con estrema coerenza, assumendosi le sue responsabilità, consapevole che il mondo si sarebbe “spaccato in due”, come ha titolato il Corriere della sera all’indomani della pubblicazione del suo articolo sull’attentato dell’11 settembre alle Torri Gemelle. Consapevole di essere sola.

Eppure la sua analisi lucida e profetica sembra esser stata scritta in queste ore e non quattordici anni fa. Righe piene di intensità e coraggio. Un coraggio che infastidì e continua a infastidire chi preferisce non ascoltare le sue ragioni.

Ma lei non si è tirata indietro, come quando bambina seguì il papà nel movimento della resistenza “Giustizia e libertà”. Per il suo impegno come staffetta (consegnava messaggi, munizioni, accompagnava in bicicletta i prigionieri inglesi e americani fuggiti dai campi di concentramento italiani verso le linee alleate) ricevette addirittura un attestato d’onore dall’Esercito Italiano. Forse allora è nata la vera Oriana, sempre in prima linea, pronta ad affrontare la vita senza ipocrisie e senza viltà, convinta che “la libertà è un dovere prima che un diritto”.

La Rai le ha dedicato una fiction per la regia di Marco Turco con Vittoria Puccini a interpretarla. Due puntate che ne ripercorrono le esperienze di inviata di guerra, dal Vietnam alla guerra del Golfo, l’amore per il capo della resistenza greca, Alekos Panagulis, l’intervista con Khomeini. Del tutto sfumata nella miniserie è proprio la battaglia che negli ultimi anni condusse contro l’Islam. Solo poche scene: Oriana giovane si confronta con il suo alter ego anziano e le contesta la posizione rigida nei confronti dell’integralismo islamico. Ma l’altra rivendica il diritto di gridare, lei che da giovane aveva combattuto il fascismo, che “l’Islam è il nuovo fascismo” e il vero male sta nel rimanere indifferenti. Non ci si poteva aspettare il contrario: la Rai politically correct può solo confezionare per i suoi telespettatori una versione islamicamente corretta, che non offenda nessuno.

Al di là di qualsiasi fiction, però, ci sono i suoi libri a parlare.

Le sue posizioni, la sua visione di parte, il suo punto di vista soggettivo ed estremo possono essere condivisibili o meno, possono ferire e indignare, scandalizzare, far gridare all’islamofobia, ma credo le vada riconosciuto il merito di essere stata una testimone e in alcuni casi una protagonista della storia, e, proprio perché è stata in Medio oriente non semplicemente da turista e ha vissuto certi eventi, ha maturato una visione del tutto personale e ha voluto gridarla al mondo intero. Con estrema rabbia, ma anche con grande orgoglio, l’orgoglio di discendere da una stirpe di uomini che hanno combattuto con passione per i propri ideali, uomini dignitosi, seri, che non si sono consegnati al nemico.

Ognuno, poi, è libero di scegliere se crederle o no.

E lo dice una che ha visto con i suoi occhi che i musulmani non sono tutti terroristi, una che in Palestina si è fermata davanti ai tornelli del muro che separa Gerusalemme da Betlemme senza riuscire a passare, senza riuscire a mettersi in fila insieme agli arabi che ogni mattina devono andare a lavorare al di là del muro, perché ha sentito l’oltraggio che ogni giorno devono subire. Ho invidiato Oriana. Ho invidiato la sua determinazione e la sua tenacia. Il suo essere sfrontata. Il suo essere libera. Forse per questo l’ho amata subito. Un incontro strano, uno di quegli incontri che il destino riserva

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