La prima sinistra è quella che potremmo definire “classica”. Quella incarnata dal PCI che nasce nel 1947 con la decisione di De Gasperi di estromettere i comunisti dal governo, muore ufficialmente nel 1990 per mano di Occhetto che scioglie il PCI in altri partiti. È una sinistra che fu chiamata a rappresentare i lavoratori arruolati in un modello di produzione e di società fordista. In questo modello al centro c’era la “grande fabbrica” e il soggetto era l’”operaio industriale”. La teoria di Ford prevedeva che parte dei guadagni della fabbrica, dovuti all’aumento di produttività, fossero destinati all’incremento dei salari dei lavoratori. Questi poi avrebbero sostenuto il consumo di massa che per l’industria, a sua volta, avrebbe significato più domanda. Ciò, unito al fatto che i lavoratori “fordisti” condividevano la vita in fabbrica nei quartieri operai, e al fatto che in tempo di “Guerra fredda” qualche concessione agli operai serviva a tenerli buoni, portò effettivamente ad un aumento del potere contrattuale dei lavoratori. L’atto più rappresentativo di questa sinistra potremmo indicarlo nell’approvazione dello “Statuto dei lavoratori” avvenuta il 20 maggio 1970, a seguito di un lungo periodo di mobilitazioni del PCI e dei sindacati uniti.

Alla “Marcia dei 40mila”, svoltasi il 14 ottobre 1980, potremmo simbolicamente far risalire l’inizio della fine di questa sinistra vincente (morta ufficialmente 10 anni dopo). In quel caso, 40mila operai Fiat sfilarono a Torino chiedendo ai sindacati di interrompere lo sciopero che durava da 35 giorni per tornare a lavorare. La fabbrica ne uscì vincitrice. Il decennio Ottanta sarebbe poi stato il periodo di incubazione del “neoliberismo” in cui le basi sociali su cui poggiava la nostra “prima sinistra” sarebbero state erose, e così anche la sinistra si sarebbe dovuta trasformare.

La seconda sinistra è quella che potremmo definire “liberale”. Quella nata nel 1991 con la fondazione del “Partito democratico della Sinistra”, poi “Ulivo”, oggi “PD”, attualmente al governo. Mentre alcuni partiti continuarono anche in questi anni a leggere il mondo con gli strumenti della “prima sinistra” arroccandosi dunque nella difesa delle posizioni conquistate durante il periodo glorioso, la “seconda sinistra” provò a rappresentare un mondo del lavoro ormai post-fordista, in un modello di produzione neoliberista. Col neoliberismo iniziò la pratica delle delocalizzazioni, si smise di investire nell’industria e si iniziò a investire nei servizi e nella finanza. Con questa poi si orientò la politica perché si liberalizzassero i mercati, ci si abbandonasse alle privatizzazioni, si abbassasse il costo del lavoro rendendolo meno garantito. In questo modello, che è anche il nostro attuale, al centro c’è l’”azienda di servizi”, mentre i soggetti sono i “garantiti” (quelli con contratti di lavoro sicuri) e tutta la galassia dei precari.

Il modo in cui la “seconda sinistra” pensò di muoversi fu quello della “terza via”. Si cercò cioè di coniugare il pensiero neoliberale dominante (un pensiero di destra, di cui questo tipo di sinistra subisce l’egemonia) con vaghe istanze redistributive della “prima sinistra”. Non si misero in discussione le logiche alla base del capitalismo, si tentò solo di dargli un volto più umano. L’atto più rappresentativo di questa sinistra potremmo indicarlo nel “Pacchetto Treu”, serie di leggi atte a rendere più flessibile il mondo del lavoro, varate nel giugno del 1997 da un governo di centro-sinistra guidato da Romano Prodi. La “seconda sinistra” è una sinistra, ad oggi, perdente, poiché è solo riuscita a spogliare gradualmente i “garantiti” delle loro garanzie, lavandosi completamente le mani dei precari. Conferma ne è il fatto che, secondo l’Ocse, dagli anni Settanta ai Novanta la disuguaglianza in Italia è sempre più diminuita, dopodiché ha ripreso a crescere fortemente senza più fermarsi (oggi l’Italia è il quinto Paese, fra quelli Ocse, per livello di disuguaglianza, dopo Messico, Turchia, Portogallo, Stati Uniti).

La terza sinistra è quella che potremmo definire “nuova sinistra”. “Nuova” perché, almeno in Italia, non è ancora nata, eppure è tutto pronto per il parto. Si è resa necessaria quando nel 2008 una violenta crisi ha reso palese la non sostenibilità del modello neoliberista (che anche la “seconda sinistra” aveva contribuito a creare), e quando è stato chiaro che le previsioni dei teorici della flessibilità erano sbagliate. Questi esperti erano sicuri che non sarebbero più servite leggi e sindacati a tutela dei lavoratori, perché la flessibilità avrebbe innescato un circolo virtuoso ascendente: ciascuno avrebbe cambiato lavoro periodicamente, intanto avrebbe continuato a formarsi e ad accumulare esperienza potendo ambire così a lavori più qualificati, stipendi migliori, migliori condizioni di vita. I dati ci dicono che è andata così solo per poche centinaia di migliaia di unità su 5 milioni di precari per legge. La verità è che la massa dei lavoratori, resa flessibile, si è polarizzata verso l’alto e verso il basso. Ossia quelli con grossi stipendi e posizioni dirigenziali sono effettivamente riusciti ad entrare nel circolo virtuoso, per tutti gli altri (i tre quarti del totale) indigenza e stagnazione. Questa polarizzazione ha prodotto, verso il basso, quella che Ferragina ha definito “maggioranza invisibile”, cioè l’insieme di disoccupati, neet, pensionati poveri, migranti e precari che il sociologo stima, in Italia, intorno ai 25 milioni di persone.

Ciò che la nuova sinistra deve fare, poiché essendo sinistra ha messo al primo posto l’uguaglianza, è rappresentare questa nuova classe sociale così da migliorarne le condizioni. Fino a qualche anno fa, capire tutto questo non era facile perché la società e i suoi modi di produzione erano mutati, ma mancavano delle riflessioni teoriche organiche che fotografassero la situazione. Questa mancanza poi generava un’assenza di idee chiare sul da farsi. Di qui anche lo smarrimento del mondo della sinistra negli ultimi due decenni, una sinistra che non ha saputo far altro che ergersi a difesa dei diritti acquisiti durante il periodo fordista, infarcendoli magari di tematiche no global e altermondiste, e passando così facilmente per schieramento conservatore e anacronistico. Oggi però tutta una schiera di economisti, sociologi, filosofi neomarxisti (mi si passi la definizione) è venuta alla luce: Stiglitz, Varoufakis, Gallino, Piketty, Ferragina, Standing, Iglesias. Grazie alle loro analisi sappiamo come è fatto il reale che ci circonda e cosa fare per cambiarlo in maniera né nostalgica né subalterna. La nuova sinistra scalcia nel ventre, ma non rompe le acque. All’istituzione di un reddito minimo garantito potremmo far risalire, simbolicamente, la sua fondazione.

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Andrea Colasuonno
"Andrea Colasuonno nasce ad Andria il 17/06/1984. Nel 2010 si laurea in filosofia  all'Università Statale di Milano con una tesi su Albert Camus e il pensiero meridiano. Negli ultimi anni ha vissuto in Palestina per un progetto di servizio civile all'estero, e in Belgio dove ha insegnato grazie a un progetto dell'Unione Europea. Suoi articoli sono apparsi su Nena News, Lo Straniero, Politica & Società, Esseblog, Rivista di politica, Bocche Scucite, Ragion Pratica, Nuovo Meridionalismo.   Attualmente vive e lavora a Milano dove insegna italiano a stranieri presso diversi enti locali".

4 COMMENTI

  1. Caro Colasuonno, invidio le tue certezze! Alla fin fine la “sinistra”, per te è una specie di “entità metafisica” esistente di per sé, una specie di corpo naturale che deve “adattarsi” al contesto per poter sopravvivere, deve vedere “chiaro”(grazie a Stiglitz, Varoufakis, Gallino, Piketty, Ferragina, Standing, Iglesias): la tua è una specie di operazione cartesiana, fatta “a tavolino”. Nel frattempo accadono un sacco di cose che i tuoi Stiglitz, Varoufakis, Gallino, Piketty, Ferragina, Standing e Iglesias non sono riusciti nè a prevedere, nè a spiegare. La politica, purtroppo, è qualcosa di diverso dalle elaborazioni schematiche di un gruppo di socio-economisti, è qualcosa di molto più sanguigno, e occorre uscire dai propri studioli e mescolarsi ai sudori e alle untuosità della strada

    • Caro Giuseppe,

      concordo con lei sul fatto che la politica sia qualcosa di sanguigno in cui occorra “mischiarsi ai sudori della strada”, ma non capisco perchè pensa che una cosa esclude l’altra? Cioè cosa fanno di sbagliato gli studiosi che provano a studiare e a capire le dinamiche della società per poi orientare l’azione dei politici? Sono fondamentali entrambi i passaggi e per fortuna non si escludono a vicenda. Io di azioni politiche che non abbiano alla base una qualche teoria e che non siano supportate da un’analisi della società non ne conosco, lei sa farmi qualche esempio?

  2. Trovo schematiche e astratte certe tesi. Ad esempio, la modalità della presenza sul territorio, il partiti “leggero”, mi sembra un fattore molto importante, che condiziona il modo concreto di fare politica, e va oltre le analisi che lei citava. Diciamo che c’è una linea di indagine che potrei definire di sociologia delle classi dirigenti che mi sembra essenziale e che viene poco praticata. Ma è solo un aspetto di quella progressiva trasformazione del concreto operare della politica che ha sempre più ridotto lo spazio riservato alla “base” per concentrare sempre più potere al vertice. Le idee chiare sul da farsi non vengono -secondo me- da una elaborazione elitaria (o non solo da quella), ma soprattutto da una elaborazione di massa. Se si è presenti sul territorio è molto difficile che sfuggano le trasformazioni o che nuovi soggetti sociali non si facciano avanti per difendere le loro ragioni. Secondo me c’è stato un vero e proprio “colpo di stato” delle classi dirigenti dei partiti: mi piacerebbe di più analizzare questo aspetto per capirne i motivi e le modalità. Comunque, per concludere, leggo sempre con molto interesse i suoi articoli. Mi piacciono molto

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