Un giovedì sera, un tragico giorno che resterà per sempre scolpito negli annali della nostra Città. Nel 1946, Andria viveva ai margini la rinascita del primissimo dopoguerra, i braccianti erano alla mercé di avidi latifondisti senza scrupoli che, dopo la liberazione, erano visti alla stessa stregua degli invasori, del nemico da abbattere per una popolazione lacerata dai dolorosi morsi della fame.

Le quattro sorelle Porro vivevano, forse, fuori dal tempo. Il loro palazzo era una roccaforte che le isolava dal resto del mondo, tenendole lontano dai disagi di un paese vicino al baratro. Pare fossero fin troppo parsimoniose, la loro ricchezza veniva totalmente oscurata dal dimesso stile di vita.
La loro più grande colpa, probabilmente, è stata quella di non accorgersi del rancore con cui dovevano confrontarsi, ignorando la miseria che le circondava. Miseria e sgomento, sentimenti con i quali tiravano avanti famiglie che si nutrivano a pane e cicorie, accudendo figli cui non potevano dare un minimo di istruzione e di condizioni di vita sufficienti.
Quella sera del 7 marzo, in Piazza Catuma, era previsto il comizio dell’indimenticabile Giuseppe De Vittorio, sindacalista della CGIL che riusciva a smascherare, con incredibile abilità, i giochi di potere dei latifondisti, e a farsi portavoce dei braccianti agricoli, privi di qualsiasi altro mezzo di sussistenza che non fossero, appunto, le loro stesse braccia. Mentre il resto d’Italia risaliva lentamente la china della ricostruzione, in Puglia il clima era ancora caratterizzato dall’arretratezza dell’agricoltura, sostanzialmente governata dal latifondo. Il territorio era stretto nella morsa di una grave situazione economica e sociale, da una disoccupazione bracciantile ed operaia di notevoli proporzioni che, mal gestite dal Governo e dal potere locale, portarono alle rivolte contadine ed alle lotte fratricide.

Quel maledetto giovedì, che sembrava destinato a segnare un momento di tregua nel conflitto, ad innescare la miccia dell’esplosiva sollevazione popolare furono alcuni colpi di fucile partiti, forse, dal palazzo delle sorelle Porro. Più di cento persone si diressero verso l’abitazione, buttarono giù il portone e colpirono a morte Luisa e Carolina, risparmiando, involontariamente, la vita di Stefania e Vincenzina, uscite miracolosamente incolumi dal delirio della folla che, in quel caso, fece loro da scudo.

Un episodio drammatico, forse il preludio di un malcontento anacronisticamente recente, segno di un’inaffidabile realtà, la nostra, che però è migliorata nel corso dei decenni andando a scalfire convinzioni che sembravano ormai radicate; lutti e sofferenze di ieri che si spera oggi siano portatrici di profonda riflessione, utile a farci sentire, nei momenti più difficili e dolorosi, tutti più uniti come fratelli, o meglio ancora, come sorelle.

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Miky Di Corato
Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.

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