Sono sfacciatamente ricche. Belle (alcune un po’ meno, ma chiunque diventa affascinante con un sostanzioso conto in banca). Indipendenti. Predatrici. Over 50.

È questo l’identikit della perfetta turista sessuale.

Questo fenomeno, appartenente fino a qualche anno fa prettamente all’universo maschile, coinvolge oggi il gentil sesso.

Ormai ogni anno, più di 650.000 donne partono da sole, in cerca di compagnia e di avventure, un fenomeno in costante crescita, tanto che è stato oggetto anche di un film, Paradise: Love (2012). Già la trama del film può aiutare a farsi un’idea della realtà che descrive: vi si narra la vicenda di una signora austriaca, di nome Teresa, cinquantenne, che decide di affidare la figlia adolescente ad una zia e parte da sola per il Kenya; la meta è scelta grazie ai consigli di sue amiche, entusiaste delle loro avventure erotiche e in effetti Teresa, dispensando denaro a mani basse, passa da un ragazzo all’altro, salvo rimanere sistematicamente delusa: crede di sfruttare, ma si lascia sfruttare, entrando in una logica in cui il sesso è merce di scambio, mentre dell’amore e della felicità manco l’ombra…

Sì, perché di commercio si tratta, se non vogliamo chiamarla prostituzione. A differenza della “classica”, però, non c’è una tariffa prefissata per una prestazione sessuale. Inoltre, mentre l’uomo che si avvicina ad una prostituta soddisfa la sua libido e passa avanti, la donna tenderebbe a intavolare una pseudo relazione. Per questo offre pasti, vestiti, drink e invia denaro al beach boy una volta tornata in patria. In casi estremi può arrivare anche a comprargli un appartamento.

Nel 1998, il sociologo e antropologo Klaus de Albuquerque, autore del volume In cerca del Big Bamboo, ha classificato le turiste sessuali in quattro tipologie: le “debuttanti”, coloro che si affacciano per la prima volta a questo tipo di esperienza; le turiste sessuali “situazionali”, ben disposte a fare sesso con i beach boys pur non viaggiando con questo preciso intento; le “veterane”, il cui obiettivo è di sperimentare sesso anonimo; le “reduci” che hanno stabilito una relazione continuativa. In effetti, a differenza dell’uomo, che cerca una partner diversa ogni sera, la donna è prettamente romantica e nel corso di una vacanza tende a frequentare un solo uomo.

Infine, Paese che vai, “denominazione” che trovi; l’uomo-oggetto viene indicato con infinite declinazioni linguistiche. Si chiama, ad esempio, kamakia in Grecia, shark (squalo) in Costa Rica, rent-a-dreads nei Caraibi, kuta cowboys a Bali, bumster in Gambia, jinetero a Cuba. Tuttavia, il fenomeno è difficile da quantificare. Le donne, infatti, escludono di essere “turiste sessuali”, anche se pagano per avere rapporti.

Gli anglosassoni, gentilmente, le definiscono romance tourists, viaggiatrici alla ricerca di una favola.

Le mete preferite dalle “turiste romantiche” sono il Kenya, Capoverde, i Caraibi (principalmente Giamaica, Barbados e Repubblica Dominicana) e Cuba. Ambite sono anche il Maghreb e poi Tanzania, Gambia e Senegal.

Le donne fanno fatica a non essere sentimentali, questo è risaputo e nessuna per dignità ammetterebbe di trovarsi all’interno di un fenomeno sociologico, quale quello del turismo sessuale. Ma la verità sembra essere che con l’ingresso nella vita professionale anche le donne hanno imparato ad adattarsi ai valori maschili…

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