“Il libraio leggeva le parole senza imporle all’ascolto e le restituiva a se stesse.

La lettura che usciva dalla sua bocca era un’offerta di toni per l’anima.

Leggeva il tempo che dura la parola nel cuore”.

(Roberto Vecchioni)

 

Dopo aver riflettuto sull’importanza di ascoltare in silenzio noi stessi e gli altri e dopo aver riscoperto l’atto di accarezzare l’altro, passiamo idealmente dalle mani alla bocca, soffermandoci a riscoprire l’atto del parlare.

Ci serviremo della voce di un personaggio noto ai nostri giorni: lo scrittore e cantautore italiano Roberto Vecchioni, il quale ha scritto diversi libri sul senso e significato delle parole.

Infatti, la citazione sopra riportata è tratta proprio da un suo romanzo dedicato alle parole: Il libraio di Selinunte, un libro molto fascinante e semplice nel periodare che consiglio a tutti i miei lettori di leggere.

Come sappiamo, la parola è la realtà fondamentale che caratterizza l’uomo e che lo distingue dagli animali.

Con questo dono naturale, l’uomo è capace di esprimere i propri sentimenti, i propri stati d’animo, i propri pensieri e ragionamenti.

Gli uomini, pertanto, sono proprio come le parole: ciascuna di esse ha un suo senso, ma le parole non stanno da sole, si uniscono tra loro e prendono un nuovo significato a seconda della frase in cui vanno a finire.

Ci sono tanti tipi di parole: parole che si trasformano in chiacchiera e parole serie; parole d’odio e parole d’amore; parole dette e parole non dette; parole svelate e parole nascoste o velate; parole chiare e parole confuse; parole sane e parole malate.

È sotto gli occhi di tutti che oggi più che mai c’è un eccesso di parole, parole che scadono molto spesso nella banalità e persino nello sberleffo.

Scrive Vecchioni: “Le parole o sono luci o non lo sono”.

Abbiamo bisogno, quindi, di restituire alle parole il loro senso, perché le parole sono “res”, cose: noi ne abbiamo deturpato il senso nel tempo o illanguidito la forza, le abbiamo lentamente ridotte ad altro da sé. O noi piuttosto siamo andati oltre e le osserviamo immobili come stelle inutile piantate nel cielo.

Che bisogno abbiamo mai oggi delle stelle, se ci basta un neon per vedere ciò che dobbiamo vedere?

Però si sente, nell’aria pesante del nostro tempo, il desiderio di ritornare a spegnere il neon della nostra artificiosità e frenesia linguistica e riscoprire la bellezza, la temporalità e la naturalità delle parole e dei significati in esse contenuti.

Le parole, infatti, non sono lì per significare qualcosa, ma se stesse, così da diventare loro stesse le cose.

Allora impegniamoci a far uscire dalle nostre labbra le parole quasi in punta di piedi, con discrezione e pudore. Anziché essere un flusso veemente e inarrestabile, esse siano avvolte nella pellicola del silenzio, perché siano pesate e pensate. Siano frasi che lascino spazi ancora bianchi così da ammettere approfondimenti e un’ulteriore vita in coloro che le ascoltano, un po’ come accade alla poesia che ha bisogno degli “a capo” così da lasciare un vuoto che l’eco nell’anima del lettore riempie. È proprio l’esatto contrario della chiacchiera che non ammette spazio e interstizi, oppure dell’urlato che impedisce il dialogo.

Un personaggio di Pirandello diceva: «Quanto male ci facciamo per questo maledetto bisogno di parlare!».

Quanta verità c’è in questa espressione!

Conclude Vecchioni: «Tutte le parole scritte dagli uomini sono forsennato amore non corrisposto; sono un diario frettoloso e incerto che dobbiamo riempire di corsa, perché tempo ce n’è poco. Un immenso diario che teniamo per Dio, per non recarci a mani vuote all’appuntamento».

CONDIVIDI
Articolo precedenteQuale mare per l’Europa?
Articolo successivoLei, Oriana
Nicola Montereale
Nicola Montereale è nato a Trani (BA) il 1 Febbraio 1994 e vive ad Andria. Ha conseguito la maturità classica presso Liceo Classico “Carlo Troia” di Andria, e negli anni 2007-2010 è stato alunno presso il Seminario Diocesano. Attualmente studia presso l’Istituto Teologico “Regina Apuliae” di Molfetta. Inoltre, è autore di un saggio di ricerca, pubblicato nel 2013 e intitolato “Divinità nella Storia, Dio nella Vita”.

LASCIA UNA RISPOSTA