Nel semestre in corso la presidenza del Consiglio dell’Unione Europea è toccata all’Italia. Leggendo il suo ambizioso programma si scopre che il nostro Paese ha individuato fra le aree a cui dare priorità di intervento, la regione mediterranea.

Con l’intento di sfruttare al meglio quest’occasione, ma soprattutto di lasciarla sfruttare al meglio dalle imprese italiane, l’ISPI (l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), in coordinamento con la Camera di Commercio di Milano e Intesa San Paolo, ormai tre mesi fa, ha pubblicato un rapporto con un’analisi delle opportunità di business fra Italia e paesi Terzi del Mediterraneo.
Il rapporto non è stato letto quasi da nessuno.

Quello delle politiche mediterranee di Italia ed Europa è sempre stato un ambito di cui si è parlato molto, realizzando tuttavia pochissimo in concreto. Si pensi al progetto di un partenariato euro-mediterraneo che si provò a far decollare nel 1995 con la Conferenza di Barcellona e che oggi langue completamente stravolto e dimenticato. Al contrario, una strategia di ampio respiro incentrata sul quel bacino, ben informata circa le sue dinamiche, che riuscisse ad andare oltre i temi dell’immigrazione e del terrorismo, è qualcosa che gioverebbe soprattutto all’Italia, vista la sua posizione geografica, e ancor di più al Mezzogiorno.

Già nel 1923, Luigi Sturzo, durante un suo celebre discorso rispose “affermativamente al quesito, che assilla il pensiero italiano e meridionale, se il Mezzogiorno può trasformarsi da un regime economico passivo a un regime attivo, si intende nella affermazione di una politica mediterranea […]”. In seguito questa idea fu fatta propria da diversi meridionalisti, fino ad arrivare ai giorni nostri con studiosi come Franco Cassano. Del resto è un’idea difficilmente non condivisibile: il Sud è subalterno al Nord poiché lontana periferia di un centro che sta altrove (Europa continentale), gli basterebbe pensare la propria posizione come centrale in una diversa area (quella mediterranea) per conseguire autonomia culturale ed economica, uscendo dalla sua ormai secolare inferiorità.

Guardando in casa nostra, tuttavia, alla Puglia, e restringendo la nostra analisi all’ambito economico, si trova che questa autonomia è di là da venire. Una prova ne è il fatto che principale mercato per le esportazioni “Made in Puglia” sia la Svizzera, seguita dalla Germania, per un totale di 877,5 milioni di euro. Abbastanza rappresentativo è anche l’esame dei mercati che le imprese pugliesi ambiscono a conquistare. Lo Sportello Sprint, l’ufficio della Regione Puglia a cui va il merito di aiutare le imprese locali a internazionalizzarsi, fra il 2013 e 2014, ha organizzato mission commerciali in Brasile, Germania, Cina, per l’agroindustria; Germania, Francia, Cina, per il settore delle rinnovabili; Inghilterra, Russia, Cina, per il tessile e così via, non prevedendo alcuno dei Paesi affacciati sull’altra sponda del nostro mare.
E invece, almeno stando a quanto si dice nel dettagliato rapporto succitato, bisognerebbe iniziare a pensarci, soprattutto in quei Paesi in cui i venti di rivolta degli ultimi anni sembrano essersi assopiti. Nello specifico, Egitto, Marocco, Tunisia e Giordania. Nel prossimo biennio la crescita economica dei quattro Paesi è prevista in nuova accelerazione (al 3% nel 2014 e al 4,2% nel 2015), grazie a una ripartenza dei consumi e nuovi interventi pubblici.

L’Egitto intende accrescere la sua competitività puntando sullo sviluppo delle Pmi (Piccole e Medie Imprese) e, in tale contesto, il “Sistema Italia” viene visto come un valido modello di riferimento. Ai fini dell’investimento e della creazione di imprese, sono particolarmente interessanti le diverse agevolazioni previste nelle numerose Zone franche, Zone industriali, Zone economiche speciali e Zone industriali qualificate appositamente create per attirare gli investitori stranieri. Fra i comparti su cui concentrarsi si segnalano quello tessile, alimentare e delle costruzioni.
Molto appetibile è anche il Marocco. L’Italia è il terzo partner commerciale per il Marocco, dopo Francia e Spagna. Oltre a poter approfittare delle opportunità offerte dalla creazione della free trade zone di Tangeri, per le operazioni di delocalizzazione di investimenti produttivi e dall’espansione del porto di Tangeri (Tanger Med II), ci sono altri fattori che rendono il sistema marocchino attraente per le imprese italiane: vicinanza geografica, basso costo della manodopera, rete di telecomunicazioni funzionante, sistema bancario dinamico, infrastrutture in rapido sviluppo e simile struttura del sistema imprenditoriale, anch’esso basato sulle Pmi. I settori strategici in questo caso sono costruzioni, macchinari e attrezzatura per l’industria, rinnovabili ed elettronica.

Gli stessi settori sono strategici anche per la Tunisia. L’Italia è tra i principali investitori stranieri in Tunisia. Tra i vantaggi del mercato tunisino, si evidenzia la posizione strategica nell’area, la presenza nel Paese di manodopera qualificata, l’impegno governativo per la realizzazione di infrastrutture di qualità, gli incentivi per gli investimenti stranieri.
Infine la Giordania, il Paese meno battuto dei quattro dalle imprese italiane, il quale però mira a diventare il Paese fulcro dell’area MENA (Middle East – North Africa), è un buon viatico per raggiungere il mercato americano e iracheno avendo con questi Paesi un accordo di libero scambio, pone molta attenzione verso gli investimenti esteri considerandoli volano per l’economia nazionale.

Certo, una politica mediterranea degna di questo nome dovrebbe prevedere ben altro, un massiccio sforzo a livello governativo e una strategia a lungo termine. Tuttavia noi meridionali potremmo iniziare a fare il nostro, volgendo il nostro sguardo speranzoso da Nord-Ovest, dove è stato finora orientato, a Sud-Est, tentando di riprenderci la centralità perduta. Del resto, in fondo lo sappiamo, le ricchezze più grosse le abbiamo sempre ricevute dalle mani degli arabi.

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