A Natale – così si dice – ci si sente più buoni, si è più disponibili  verso gli altri, la rete di rapporti in cui  siamo inseriti si rinsalda e ravviva, si fanno dei regali  ai nostri cari, ai nostri amici, si inviano bigliettini di auguri, i bambini scrivono lettere a Babbo Natale o alla Befana, insomma si comunica più del solito. Ogni  momento di gioia però  porta con sé sempre una punta di tristezza. Sarà perché sappiamo che il tempo della festa è breve, sarà perché la vita di ognuno di noi è un miscuglio inestricabile di cose belle e cose brutte, ma spesso capita che – anche nel pieno dei momenti più felici –  improvvisamente, senza un perché,  un qualche pensiero triste ci attraversi e sorprenda.

A pensarci bene, è proprio questa irruzione  non voluta di pensieri dissonanti a farci apprezzare di più il momento di felicità. Quando siamo pienamente felici perdiamo il senso del tempo che passa, il senso della  complessità, siamo avvinti completamente dal tempo presente e siamo così presi dalle nostre emozioni  che  quasi non ci rendiamo conto di star vivendo un momento particolarmente bello della nostra vita. Ecco, allora, che  la nuvola di un pensiero triste ci consente di “distanziarci” dal presente: ci ricollochiamo sulla linea del tempo e ritroviamo la consapevolezza della “relatività” dei momenti felici (… come anche di quelli meno gioiosi). È proprio questo recupero del senso di relatività che ci consente di  non essere totalmente assorbiti dal presente, ci riconduce invece essere ” presenti” a noi stessi e  ci fa vivere con più intensità i momenti felici.

Insomma, la nostra vita è interessante perché niente è “semplice”.

Restiamo al Natale. Si fanno dei doni a Natale. Sembrerebbe una cosa semplice, facile, elementare. Sììì! Proprio facile! Non sappiamo mai se un dono sia giusto o no, gradito o no, abbastanza adeguato o misero. Ma anche quando siamo noi a ricevere un dono spesso restiamo delusi, facciamo buon viso a cattivo gioco, per gentilezza: ma quante volte ci è capitato di non gradire certi doni?

Il problema è che fare dei doni vuol dire “interpretare” i desideri di un altro, metterci nei panni dell’altro… Ma se noi stessi, a volte, non sappiamo cosa vogliamo!? Son sicuro che, se riuscissimo a sdoppiarci e dovessimo decidere quale dono fare a noi stessi, saremmo in difficoltà e forse ci faremmo dei doni che non gradiremmo. È paradossale, ma è così…. O no?  E poi, quando facciamo dei doni, ci aspettiamo quasi sempre qualcosa in cambio, un altro dono o – almeno – la riconoscenza o il gradimento di chi ha ricevuto il dono. Insomma, facciamo un dono in cambio di qualcos’altro: in un certo senso diamo vita a un “circuito economico”,  e – come dice il proverbio – “non si fa niente per niente”.

Eppure, e qui ritorna la complessità inevitabile delle cose, un dono, per essere davvero un dono, deve essere totalmente “gratuito”, direi addirittura “senza un vero motivo”, senza essere legato ad una circostanza particolare (ad esempio, il Natale, o un compleanno, o altri eventi). A pensarci bene, poi, il dono ha un aspetto che non è poi così ingenuo e disinteressato. In effetti, fare un dono è anche un “suggerire”  qualcosa alla persona che lo riceve: se gli doniamo una bicicletta – ad esempio – gli suggeriamo di usarla (e potrebbe essere incluso in questo dono una valutazione negativa sul suo aspetto fisico attuale). Stiamo cioè influenzando la persona cui offriamo il dono,  stiamo esercitando un nostro potere sull’ “altro”, stiamo soddisfacendo una nostra esigenza narcisistica.

Sì, è proprio vero, niente è semplice a questo mondo, i rapporti tra gli uomini sono un vero e proprio “casino”. Ma non se ne esce fuori facendo finta di nulla, azzerando le difficoltà, perdonandoci tutto (a proposito, sul perdono ci sarebbe molto da dire, e forse cercherò di dire qualcosa in una prossima occasione): come si dice in andriese stretto  “ è nirv u’ ctoun” (“è nero il cotone”), che sarebbe come dire: non ci sono scappatoie facili.

Ciao a tutti i lettori di Odysseo e  BUONE FESTE

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Giuseppe Del Mastro
Sono un andriese vissuto più anni al nord che ad Andria. In pensione dal settembre 2011 (per trent'anni ho lavorato come direttore amministrativo dell'Istituto alberghiero "Angelo Motti" di Reggio Emilia), ho una formazione umanistica (liceo classico e lettere all'università) e mi interesso di politica (soprattutto guardando al sud) e cultura generale.

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