Ci sono luoghi a cui si appartiene, che amiamo fin dal primo incontro e da cui non ci allontaniamo mai pur stando lontani. Viviamo altrove, presi dalle nostre faccende, e li portiamo nel cuore; luoghi che continueranno a richiamarci a loro, che ci spingeranno a tornare, di tanto in tanto, per arricchirci di nuove emozioni.

Ecco: Parigi è uno dei miei luoghi dell’anima.

Ho sempre sentito, forte, il senso di appartenenza a questa città.

E voi direte: “Brava! Ci vuol poco a sentire di appartenere a Parigi!!! Chi non vorrebbe appartenerle?”

…uhm; così romantica, così elegante, cosi musicale …

Sì, mi rendo conto che non stiamo parlando proprio dell’ultimo paesello dell’universo ma, scherzi a parte, l’emozione che mi lega a quella città è indefinibile razionalmente e si rafforza sempre più; tra tante metropoli nelle quali un figlio potrebbe decidere di trasferirsi, ecco che il mio giovanotto sceglie proprio Parigi.

Wow!!!! E io questa occasione non me la faccio sfuggire!

Torno da lei, vado da lui e li vivo, insieme!

Parigi. Dopo più di 10 anni…

L’ultima volta, ero con un bambino nel paradiso della fantasia, nella magia delle favole. La giostra con le bambole e la canzoncina del carillon in cui le lingue di tutto il mondo si accavallavano, si susseguivano in una dolcissima melodia che è ancora lì, dentro di me; i nostri sguardi persi nello sfavillio di tutte quelle bambole danzanti, l’amarezza di non poter continuare a girare all’infinito in quel tunnel incantato….

Oggi siamo diversi: lui, un giovanotto alla ricerca della sua strada, della sua identità; io, una donna ritrovata e così la magia delle emozioni questa volta è più concreta; la magia, quella della realtà: per pochi giorni mi sono calata nei panni di una comune casalinga parigina.

Ai piedi di Montmartre, al di là del Boulevard De Barbes, ci sono alcune stradine abitate da gente di origine africana e la mia avventura da cittadina della Ville Lumiere si è svolta in un piccolo ed accogliente appartamento, abbarbicato su un’antica scala a chiocciola dai piccoli gradini levigati dal tempo che profumavano ancora di un legno scuro, proveniente da chissà dove, di cui mi sono subito innamorata.

Ho abitato in un quartiere particolare, circondata da bazar e mercatini alquanto pittoreschi, da uomini che vendevano ogni genere di merce e da donne, semplici, indaffarate, ciarliere e alla affannosa ricerca di ogni genere di parrucche ed extensions con cui camuffare alla maniera occidentale le loro teste crespate.

Le vedevo provare e riprovare, gongolando di fronte a parrucche “zebrate” o a chiome biondo platino, rosso tiziano, lisce, luccicanti di materiale sintetico, tragicamente grottesche, e le ritrovavo per strada, profumate di dolci essenze, con le loro capigliature esibite come fossero diademi preziosi, quando, al mattino, scendevo per recarmi a fare la spesa nel grande supermercato sul Boulevard.

Ogni giorno, dopo essermi immersa in questa realtà che mi affascinava con la sua “normale straordinarietà”, uscivo alla riscoperta della “mia” Parigi.

Studiavo l’itinerario alla ricerca di quei luoghi che ancora non conoscevo e mi perdevo in piccole piazze, sconosciute alle moltitudini dei turisti che, nel giro di pochi giorni, ingoiano quel che di Parigi affascina i più.

L’emozione del ritorno insegue un ritmo lento, non urge, non dà ansia. Non era necessario affannarsi e mi concedevo il lusso di dedicarmi, con calma, a tutte le mie faccende, incluse quelle domestiche, prima di uscire di casa. Lungo il percorso i ricordi riemergevano nitidi nella memoria al semplice passaggio dalle vie più note e comprendevo che il luogo mi apparteneva e che potevo godere di quei piccoli particolari, a volte apparentemente banali ed insignificanti, che nell’aggiungere piccole tessere al mosaico della conoscenza, ne completavano l’immagine in modo stupefacente.

Una delle attrazioni parigine è il tour dei grandi Boulevards, le arterie più lussuose con i loro imponenti palazzi e i grandi magazzini sfavillanti. Questa volta la mia meta era una piccola piazzetta, in uno degli itinerari della Parigi Nord, adiacente al Boulevard Haussmann; lì c’era una piccola cappella, dove erano stati inumati i corpi di Re Luigi XVI e Maria Antonietta, vittime della rivoluzione: la Chapelle Expiatoire.

A mano a mano che mi allontanavo dal centro, il silenzio si insinuava intorno a me e improvvisamente mi sono ritrovata, alla mia destra, la traversa che portava nello square Louis XVI: traffico zero, pochissimi passanti, tutti cittadini del luogo, un silenzio assordante, una piccola piazzetta quadrata cinta su tre lati da eleganti palazzi, un piccolo giardino con la famosa Chapelle e il biancore accecante di un albero in fiore, lì, solitario, inaspettato. Mi sono fermata a lungo, semplicemente per guardarlo, per emozionarmi dinanzi alla armonia che contrassegnava quel posto, ho respirato pace e ho ripreso il mio giro.

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Ho continuato così, nei giorni successivi; ho scoperto che Parigi è disseminata di piccoli giardinetti, a volte poco più che quadrati di terra; alcuni famosi come la Vignes de Montmartre, risicato vigneto nel cuore di uno dei quartieri più pittoreschi di Parigi, alle spalle di un piccolo edificio rosa, l’antico cabaret Au Lapin Agile; altri meno noti, nascosti all’interno di grandi palazzi, come i giardinetti dell’Hotel de Soubise, nel Marais, che si dipanano, uno dentro l’altro, e che scopri solo se vuoi vedere “oltre”.

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Addentrandomi nel Marais, partendo dall’Hotel de Ville, il maestoso municipio della città, ho scoperto una piccola piazzetta, place St. Gervais, dominata da una singolare chiesa, un misto di stili architettonici tra il gotico e il classico, due frontoni, uno curvilineo, l’altro triangolare, fronteggiata da una piccola aiola nella quale troneggiava un olmo secolare. Secondo la tradizione, questo tipo di pianta aveva il potere di favorire la giustizia e quindi, anticamente, lì sotto, si era soliti tenere riunioni e deliberare sentenze.

Mi verrebbe voglia di riproporla, questa usanza di riunirsi all’ombra di un olmo prima di prendere decisioni importanti, chissà…

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Nella mia ricerca di luoghi incantati mi sono concessa un’eccezione: il mio solito giro nel Marais.

Adoro il Marais, dinamico, signorile e, a quanto mi dicono, attualmente, gaio quartiere di Parigi; luogo noto, affollato, vivo 24 ore su 24, con il suo gioiello, Place des Vosges, a cui ritorno ogni volta che visito Parigi. Questa volta era più bella che mai: maestosa, soleggiata, viva, con la musica dolce di un’arpa che carezzava chi passeggiava sotto i portici, costellati di interessanti e particolari gallerie d’arte.

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Leggendo la mia guida ho scoperto, solo ora, che questo è un quartiere ebreo e visitandolo con insolita calma la mia attenzione è stata attirata da una serie di targhe disseminate qua e là lungo le strade, soprattutto in prossimità di edifici scolastici. Ricordano il passato a chi non si fa distrarre dalle belle vetrine che si susseguono una dietro l’altra; riportano date e numeri: bambini, tanti bambini, strappati dalle loro classi; i più, scomparsi in una nuvola di fumo…

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Mi sono fermata di fronte al Memorial de la Shoah; avevo deciso di vincere la grande paura che mi impedisce di affrontare “quel passato” ma il destino ha chiesto che io aspettassi ancora; le guardie all’ingresso, mitra spianati e occhio sempre vigile, mi hanno fermato: era giorno di chiusura!

Ho tirato un sospiro di sollievo e ho ripreso a girare.

So che “è solo questione di tempo”. Ci sarà un’altra occasione, un altro ritorno … altre emozioni!

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Paola Colarossi
Sono Paola Colarossi, Insegno matematica e scienze presso un Istituto comprensivo di Andria e mi piace scrivere... Dal 2005 al 2009 ho collaborato, in qualità di redattrice dell’ambito scientifico, alla stesura di “Eirene” foglio di ricerca e cultura della pace, una pubblicazione periodica promossa dell’Assessorato alla Pubblica Istruzione e Cultura del Comune di Andria, in collaborazione con la Sezione di Pedagogia Interculturale dell’Università di Bari. Dal 2010 al 2012 , sempre con la stessa qualifica ho collaborato con la rivista “Scuola e Didattica”, editrice La Scuola, Brescia. Poi il grande salto... Nel 2012 ho scritto il mio primo libro “ E’ solo questione di tempo. La mia vita, una favola” edito da Etet, Andria , pubblicato nel 2014 e da allora gestisco una pagina facebook a mio nome all’indirizzo https://www.facebook.com/paolacolarossi Ho partecipato all’edizione 2014 di “Libri nel Borgo Antico, conversazioni con gli autori nelle piazze del centro storico”, manifestazione pubblica del Comune di Bisceglie. E adesso...eccomi qua!

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