“Il vero viaggio di scoperta non consiste nel trovare nuovi territori, ma nel possedere altri occhi, vedere l’universo attraverso gli occhi di un altro, di centinaia d’altri: di osservare il centinaio di universi che ciascuno di loro osserva, che ciascuno di loro è”

(Marcel Proust)

Il mondo non è tutto di un colore. Ha mille volti, infiniti spazi, tantissimi sguardi, una vasta gamma di colori: vi è il giallo della gioia, il grigio della noia, il nero della cupezza, il verde della speranza e via discorrendo.

Sta di fatto, comunque, che la varietà della mente, dei cuori, delle esperienze è da considerare come un arcobaleno dotato di un suo fascino.

Che tristezza un mondo monocromo o un’umanità daltonica! Meno male che c’è la diversità.

Come ricordava Proust, il viaggio della vita consiste nel vedere l’universo, il mondo con gli occhi dell’altro; anzi sottolinea “di centinaia d’altri” a ricordare che l’uomo non deve guardare sempre nella stessa direzione, ma girarsi, cambiare posizione, prospettiva per dare importanza a ciò che fino a ieri aveva trascurato o dimenticato o mai esplorato.

Se si guarda l’universo si scoprono diversi territori, per esempio colline, pianure, montagne; ugualmente se si guarda all’uomo si scoprono uomini di una determinata lingua o di uno specifico credo religioso.

Fatto sta che le diversità non devono aumentare l’indifferenza e la diffidenza, ma la curiosità e la cordialità.

Diciamo basta a quegli atteggiamenti che escludono il diverso, per il semplice fatto che “non la pensa come me”!

Il colore, la lingua, la cultura, la religione non devono essere un ostacolo all’amicizia con l’altro, ma occasione propizia per scambiarsi idee, opinioni, convinzioni, considerazioni.

È veramente significativa la metafora di Cervantes, che possiamo riproporre in maniera nuova qui collegandola al tema della diversità. Egli, parlando delle traduzioni, cioè del trasferimento di un testo da una lingua a un’altra, affermava che ogni traduzione è il “rovescio di un arazzo”.

Se si guarda l’arazzo di fronte lo si vede in tutto il suo splendore, nei suoi colori squillanti, nella linearità dei disegni delle scene, invece, se lo si guardate nella parte posteriore si vedono i fili che cadono, quei fili che in maniera diversa esprimono che cosa rappresenta.

Tutti gli uomini, allora, possono essere come fili di uno stesso arazzo; nella loro varietà di colori e forme si intrecciano tra di loro non per confondersi o fondersi, ma per unirsi pur rimanendo distinti.

La loro unione non è omologazione, ma distinzione senza la perdita dell’identità. Solo così è possibile riscoprire la bellezza e il fascino delle differenze.

La diversità è strutturale alla realtà e intreccia due coordinate: una è verticale ed è l’unità “celeste” del genere umano: in tutti noi corre la stessa linfa e abbiamo il medesimo tessuto “adamico”, siamo creature umane basilarmente uguali. L’altro asse è orizzontale e si sfrangia in mille prospettive, rivelando così la pluralità e quindi le differenze. In altre parole, viviamo tutti sotto lo stesso cielo, ma non tutti abbiamo lo stesso orizzonte.

C’è una suggestiva metafora rabbinica che afferma: «Dio ha fatto tutti gli uomini con lo stesso conio ma, a differenza delle monete che risultano uguali, le creature umane sono tutte diverse».

Allora, impariamo a rispettare il diverso, chi non è come per sedere tutti insieme sullo stesso “tavolo dell’umanità”, con quei sentimenti di concordia e rispetto che fanno dell’uomo un uomo.

Concludendo, possiamo leggere e meditare le parole del vescovo Tonino Bello, che parlando della pace e del rispetto nei confronti degli altri popoli, scriveva:

«Il genere umano è chiamato a vivere sulla terra ciò che le tre persone divine vivono nel cielo la convivialità delle differenze […].

La pace è convivialità.
È mangiare il pane insieme con gli altri, senza separarsi.
E l’altro è un volto da scoprire, da contemplare, da togliere dalle nebbie dell’omologazione,
dell’appiattimento.
Un volto da contemplare, da guardare e da accarezzare, e la carezza è un dono.

La carezza non è mai un prendere per portare a sé, è sempre un dare.
E la pace cos’è? È convivialità delle differenze.
È mettersi a sedere alla stessa tavola fra persone diverse, che noi siamo chiamati a servire».

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Nicola Montereale
Nicola Montereale è nato a Trani (BA) il 1 Febbraio 1994 e vive ad Andria. Ha conseguito la maturità classica presso Liceo Classico “Carlo Troia” di Andria, e negli anni 2007-2010 è stato alunno presso il Seminario Diocesano. Attualmente studia presso l’Istituto Teologico “Regina Apuliae” di Molfetta. Inoltre, è autore di un saggio di ricerca, pubblicato nel 2013 e intitolato “Divinità nella Storia, Dio nella Vita”.

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