Rivoluzioni

«Gli abusi del potere generano le rivoluzioni; le rivoluzioni sono peggio di qualsiasi abuso. La prima frase va detta ai sovrani, la seconda ai popoli».

L’omertà di Metternich si poteva evincere anche da queste quattro righe, parole alla rinfusa soffocate dall’inutile demagogia che sa di giustizia. Cancelliere dello Stato Austriaco dal 1821, Metternich brillava di una faziosità che travalicava i confini dell’oggettiva lotta umana, difendendo il suo Paese anche di fronte alle più aberranti azioni contro prigionieri di guerra, menti geniali macchiate dall’assurda colpa di indurre all’anarchia laddove le loro penne descrivevano i tuguri che comprimevano idee incontrollabili. La firma più importante a danneggiare l’immagine dell’Impero Asburgico fu sicuramente quella di Silvio Pellico, popolare scrittore e patriota italiano, rinchiuso nel carcere dello Spielberg, nell’attuale Repubblica Ceca, per aver preso parte ai moti rivoluzionari prologo di un Risorgimento che annichilì del tutto l’oppressiva invasione straniera in tutta la Penisola.

Incoraggiato dal suo confessore, Silvio Pellico scrisse Le mie prigioni nel 1831 e, superati i primi problemi legati alla censura, l’opera ottenne un grande successo in tutta Europa incontrando, però, la forte opposizione della critica sabauda la quale scrutava, attraverso versi colmi di dolore e sofferenza, un eccessivo perdonismo nei confronti degli Austriaci ed un pleonastico clericalismo per i continui riferimenti a Dio e alla religione cattolica. D’altronde l’onnipotenza della fede era l’unica compagna di cella, la speranza su cui fare affidamento per risollevarsi dai torti subìti, pene troppo severe per chi ha un cuore che batte al ritmo della trascendente genialità.

In fondo anche questo è amore, un pensiero che vola al di là di semplici inferriate, trasforma gattabuie in grattacieli da cui cade l’ipocrisia dei piani alti, anacronistici giochi di potere che inquadrano un sentimento, schedando omosessuali come gli ultimi dei criminali. Cadere giù nel vuoto, precipitare nel bassifondi della coscienza e, perché no, comporre un catartico capolavoro. La grandezza di Oscar Wilde la si trova anche nell’intensa oscurità del De profundis, un’epistola pedagogica che annienta l’accecamento dell’odio e restituisce all’autore la passione per Bosie, nomignolo del giovane Lord Douglas, condotto dallo stesso Wilde, durante la loro relazione, all’inevitabile stadio della maturazione e della comprensione.

Secondo Wilde i comportamenti umani restano infruttuosi se finiscono per dilaniare la capacità che abbiamo di percepire il diverso con cognizione di causa. Giudicare a priori negativamente ciò che non conosciamo ci rende corpi inanimati, disarmati, scatole vuote alimentate dalla stupida goliardia dell’effimero godimento, un interminabile tunnel che conduce alla promiscuità intervallata dall’aspra e vigliacca delinquenza, il bullismo incatenato all’albero di un’ignoranza assolutamente da estirpare.

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