Un tempo, quando gli scambi commerciali avvenivano con monete di metallo, si valutava la “autenticità” della moneta dal suono.
Quando la moneta veniva percossa, doveva emettere un suono corrispondente al metallo tipico di quella moneta perché questa fosse ritenuta “vera”, altrimenti era da considerarsi “falsa”.
Partendo da questa osservazione, dobbiamo tuttavia considerare come il “vero” e l’”autentico” non sono del tutto sovrapponibili, in quanto la verità è cercata con la ragione, in maniera progressiva e faticosa, l’autenticità invece è qualcosa che ci balza alla osservazione, come il suono della moneta, in maniera diretta.
Da un punto di vista etimologico il termine “ autentico” deriva dal greco αὐϑεντικός, che vuol dire ” di autore”, “che opera da sé”, e che significa in senso lato “avere autorità su se stessi”. La parola è composta da autòs (sé stesso) ed entòs (in, dentro) e quindi in senso più pregnante può voler dire che autentico è ciò che si riferisce alla nostra vera interiorità, al di là di quello che vogliamo apparire o crediamo di essere.
L’autenticità, come il suono della moneta, nelle diverse circostanze della vita, può essere considerata un dato che si coglie, come sopra detto, in maniera “immediata”, “naturale”, in quanto trova la sua prova in se stessa, affermando per questo il suo valore.
È possibile utilizzare questa connotazione per i comportamenti umani e quando questi possono definirsi “autentici”?
L’autenticità riguarda innanzitutto “il modo” in cui ognuno di noi “si dà al mondo”, nella relazione con l’”altro”, ed in particolare al modo in cui “esprime” se stesso nei gesti, nelle parole, nei sentimenti, nella mimica, nei comportamenti.
Non tutto e non sempre ciò che da noi viene rappresentato, purtroppo, può essere preso come “moneta sonante”, come “autentico”, in quanto i pensieri, le parole i gesti , la mimica ed i sentimenti non sono “conformi tra loro”
Le parole possono significare sentimenti totalmente differenti da quanto effettivamente noi proviamo, oppure non coincidere con i pensieri.
Parliamo in questo caso di parole ingannatrici!
Sgombriamo, perciò, subito il campo da quanto è volutamente falso, bugiardo, ingannevole, in quanto siamo nel campo della finzione, della rappresentazione teatrale, della furbizia, e questo chiaramente è inautentico.
Prendiamo in considerazione invece l’affettazione, il manierismo e tutti gli altri comportamenti dove si tende a enfatizzare o a dissimulare o addirittura a fingere in maniera non intenzionale.
È frequente notare, per esempio, la teatralità di gesti di persone, intervistate in televisione in occasione di eventi tragici, dove si coglie facilmente la discrepanza tra il dolore vissuto e la rappresentazione artificiosa di esso, o l’affettazione con cui, in circostanze di lutto, viene espresso per es. un sentimento di “condoglianza” in piena discordanza con la mimica, quasi sorridente.
Quante volte ci vengono raccontate storie drammatiche a cui manca appunto l’autenticità, per es. allorché una ragazza lasciata dal fidanzato minaccia un suicidio o una persona che ha subito un torto minaccia sfracelli.
La rappresentazione ci suona falsa!
Quelle rappresentazioni non trovano “eco” in noi, al contrario leggiamo in esse falsità.
Parlando di “eco”, dobbiamo aggiungere un ulteriore tassello che definisce l’autenticità dei sentimenti, delle parole o dei comportamenti in genere.
Oltre al “modo”, infatti, dobbiamo considerare l’“affettività”, che costituisce la connotazione principale di ogni relazione.
Osservando i comportamenti delle persone , notiamo come ci troviamo sempre nell’ambito di una relazione e che i sentimenti che ci legano all’altro, proprio per le caratteristiche di pienezza e tonalità, ci danno la possibilità di una risonanza interiore immediata, di una eco, che ci attesta in modo diretto l’autenticità di quanto ci viene rappresentato.
Partecipare in modo diretto alla relazione, ci consente di avere, in presa diretta, la possibilità di verificare l’autenticità delle situazioni che sperimentiamo.
Per esemplificare, pensiamo alla relazione madre –figlio così come a quella tra amanti, dove l’autenticità dei sentimenti si invera in ogni parola, in ogni gesto che continuamente viene sperimentato, da parte delle persone interessate, come vero ed autentico in tutte le modalità espressive.
E qualora ciò non avvenisse?
Escludendo dalla considerazione tutto ciò che intenzionalmente ci viene proposto come falso, rientrando questo nel campo della truffa e dell’inganno ecc.., si apre lo sguardo su una gamma di comportamenti che vanno dal normale al patologico.
Allorché un depresso, nel suo delirio di colpa, si accusa di peccati gravissimi, ci rendiamo conto che questo non tocca il reale, non è autentico; o allorché l’isterico sviene , come colto da infarto, constatiamo come questa sia una simulazione e pertanto una rappresentazione “non corrispondente al vero”, ecc..
Superficiali e non autentici appaiono altresì comportamenti, giudizi e parole di persone bigotte, ben lontane da una pratica religiosa coerente o “confessioni “ di così detti “pentiti” dove i sentimenti che le inspirano sono lontanissimi da un autentico pentimento.
Gli esempi potrebbero continuare all’infinito.
Per concludere queste brevi riflessioni, possiamo dire che l’autenticità esprime un valore primordiale, che insieme ad altri valori fondamentali dell’esistenza quali il Vero, il Bene, il Bello si ricongiungono tutti nella profondità del nostro essere.
Rispetto agli altri, però, è un dato che si coglie in presa diretta , soprattutto nelle relazioni umane fondamentali, e per questo è alla portata di chiunque, quanto più il legame affettivo è profondo.

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Nicola Liso
Ho esercitato per oltre 40 anni la professione di neurologo e noto che oggi sembra di gran moda discutere di situazioni o comportamenti che riguardano l’uomo, servendosi di parole e concetti estrapolati da letture di di psicologia o psichiatria. Si cerca di dare una veste scientifica alle nostre opinioni, azzardando talvolta anche diagnosi specifiche, perdendo di vista la comprensione dello “specifico umano”, che sempre eccede le nostre categorie e che, come specchio, riguarda anche noi, in prima persona. Nelle mie brevi riflessioni presenterò alcuni aspetti della vita quotidiana di ognuno di noi, spesse volte portati all’attenzione di medici o psicologi, rileggendoli semplicemente come “accadimenti umani”, non rientranti nel patologico, cercando di de- psicologizzare e de- medicalizzare situazioni che, invece, sono proprie della condizione umana.

4 COMMENTI

  1. Non riesco a mettere insieme l’autenticità come “dato” (cito: l’autenticità invece è qualcosa che ci balza alla osservazione, come il suono della moneta, in maniera diretta, ….la possibilità di una risonanza interiore immediata, di una eco, che ci attesta in modo diretto l’autenticità di quanto ci viene rappresentato) con l’autenticità come “progetto” (cito: l’autenticità della vita la riscontriamo in questa continua affermazione del nostro essere al mondo, secondo il progetto di vita che ci siamo dati). Nella seconda accezione di autenticità colgo il rischio di definire “non autentico”, o addirittura patologico, tutti i progetti di vita che non corrispondano a certe caratteristiche (cito: L’autenticità dell’incontro, pertanto, è data dall’apertura all’altro soprattutto nella modalità dell’amicizia e dell’amore, investendo anche la dimensione della sessualità. L’incontro con l’altro nella dimensione sessuale, per essere autentico, deve avvenire sempre nella libertà, nel riconoscimento della dignità dell’altro in quanto persona, dove la fusione corporea invera e rivela il rapporto di amore che ci lega all’Altro in una comunione completa di corpo e di spirito.) Ad esempio Casanova, o la poligamia sono da considerarsi patologici? E poi ci sono una serie di concetti (libertà, dignità, persona, amore, comunione, corpo e spirito) tutti molto complessi e non certamente univoci. Insomma, ho l’impressione che tutta questa elaborazione abbia una forte connotazione ideologica

    • Caro Peppino,
      son contento per le pertinenti riflessioni che hai scritto e te ne ringrazio.
      Cerco brevemente di darti una risposta:
      1) Nel presentare il “concetto di autenticità” ho messo in risalto l’osservazione di come essa costituisca un “dato” che si coglie in maniera immediata, senza una mediazione di ragionamenti o di altro. E’ come il suono della moneta!
      2) Quando invece esamino i comportamenti umani, essa diventa una “connotazione” degli stessi, così come essa costituisce connotazione dell’intero progetto di vita, tenendo presente che il contrario di autentico non è “patologico”, ma “falso”, “affettato”, “istrionico”, “di circostanza” etc.
      3) Il “patologico”, riferito al disturbo psichico in senso stretto, se rientra nell’ambito della organizzazione nevrotica della personalità, certamente inficia la modalità espressiva autentica della presenza al mondo, se invece rientra nell’ambito della organizzazione psicotica, allora la impedisce del tutto.
      4) Tutte le riflessioni presentate e che presenterò, come tutti i nostri pensieri che vengono sistematizzati, sono purtroppo dei “punti di vista”, e, pertanto, ideologia!
      Ne sono ben consapevole, ma questo è il limite del pensiero umano!
      Essi possono illuminare solo degli aspetti della realtà che esaminiamo e noi continuiamo a cercare a tentoni la verità, per tutta la vita.

      Grazie ed un abbraccio forte Nicola .

  2. Ciao Nicola. Buon Natale e buon anno a te e famiglia. L’argomento che stai affrontando è molto interessante per me. Perciò ho anche scritto delle cose (per mio uso e consumo) e un po’ alla volta -in qualche modo- le farò venire alla luce. Ho scelto la forma del commento pubblico perchè mi sembra utile per tutti riflettere su ceri argomenti: ormai c’è poca abitudine a ragionare. Ho insomma voluto espormi ed esporti (a quei pochi che ci leggeranno): spero che questa modalità un po’ rischiosa non ti abbia procurato fastidio. Per tornare all’argomento dell’autenticità, i quattro punti che tu elenchi nella tua mail mi trovano abbastanza concorde. Si, io ho usato in modo improprio il termine patologico, l’ho fatto per rendere l’idea di “qualcosa che non va bene”, e per “attrazione” degli esempi veramente patologici che tu avevi esposto. Comunque, in parole povere, il nocciolo di ciò che ho capito io è questo: si può essere “autentici” se si è fedeli al proprio progetto di vita. Quando parlavo di “forti connotazioni ideologiche” mi riferivo all’impressione da me avuta che a tuo parere l’autenticità non si raggiunga solo con la coerenza e la fedeltà di comportamento al proprio progetto di vita, ma che solo uno ed un solo particolare progetto di vita possa permetterci di essere autentici. E’ chiaro che ognuno di noi può adottare un progetto di vita alla volta e quindi -in un certo senso- quel progetto è unico, ma a questo mondo ci sono così tanti punti di vista che resto sconcertato e mi sento addosso il dubbio che il mio progetto possa essere sbagliato, o che altri progetti -non solo il mio- possano permettere all’uomo di realizzare a pieno la sua particolare natura e quindi raggiungere l’autenticità di uomo. Casanova e la poligamia volevano essere un contraltare esemplare al tuo progetto di vita. E mi ricordo che la biografia di Casanova aveva una sua magnificenza e dignità che non era niente male. Comunque, è come se -dopo tanti anni- fossimo tornati ad andare su e giù per via Trani, a parlare di tutto, sottintendendo che stiamo parlando di noi e della nostra vita, cioè della nostra amicizia. Ciao, Peppino

    • Cari Nicola e Giuseppe,
      sono incantato davanti alla bellezza e profondità del vostro confronto. Sento di dovervi dire grazie per la ricchezza che ci donate. Quanto all’idea di farvi tornare a passeggiare “su e giù per via Trani”, nonostante le centinaia di chilometri che vi dividono, allora posso dire che almeno uno degli obiettivi di “Odysseo” è stato raggiunto!

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