«La parola bisogna prima imparare ad accoglierla bene, ad ascoltarla, per poterla poi pronunciare, così come il concepimento e la gravidanza sono anteriori al parto».
(Plutarco)

Dopo aver riflettuto sul silenzio e in esso aver contemplato la bellezza e l’eloquenza della musica, che traduce in melodia l’indicibile che è in noi, mi sembra opportuno soffermarmi a riflettere sull’ascolto.
Come sappiamo, l’uomo oltre ad essere un essere dotato di ragione è anche un essere senziente, cioè una creatura vivente nella quale i sensi sono fondamentali per rapportarsi alla realtà. In particolare, l’udito risulta particolarmente importante, perché – come la vista – ha il fine di ben afferrare emozioni e informazioni.
Il sentire, però, non è l’ascoltare. Mentre il sentire è solo captare superficialmente quello che si dice, invece, l’ascoltare è soffermarsi su quello che è si sentito, farlo proprio, afferrarlo con la mente e portarlo fino al cuore.
Il silenzio e l’ascolto, poi, sono propedeutici al parlare.
Ecco, allora, che l’abitudine all’ascolto diviene uno dei momenti-chiave per la crescita umana.
Bisogna, del resto, imparare ad ascoltare, dal momento che, attraverso il delicato equilibrio tra ascolto e comunicazione, noi siamo in grado di rispettare l’altro e di farci rispettare.
Purtroppo il linguaggio in questi ultimi anni si è di molto deteriorato.
Da un lato, c’è la corruzione della parola con l’uso di una terminologia volgare e aggressiva, con l’urlato, la chiacchiera e la riduzione del vocabolario a pochi e scontati termini. D’altro lato, c’è il linguaggio allusivo e scarnificato dei messaggini telefonici o dell’informatica. Si configura, così, una comunicazione semplificata che ha perso il sapore e il colore del discorso comune, il quale invece ha bisogno di inflessioni, di pause, di una scelta di parole, di contenuti articolati.
Oggi più che mai non ascoltiamo più.
Siamo bombardati di informazioni e il linguaggio, saltabeccando sui canali televisivi, diventa sempre più superficiale nel dire, temendo e rifuggendo da ogni approfondimento e riflessione.
Ed ecco che dal linguaggio si giunge alla chiacchiera.
Heidegger, nella sua opera Essere e Tempo, scriveva che la chiacchiera è quel modo inautentico del linguaggio che è ovunque e in nessun luogo. Essa è curiosità inquieta, incapacità di soffermarsi e distrazione, che porta all’irrequietezza.
È l’orizzonte del parlare tanto per parlare, dello scadimento del discorso e interpretazione media delle cose; è l’orizzonte dello sberleffo se si vuole, l’orizzonte dell’ovvietà, che è tutto ciò che si incontra per via e si raccoglie senza pensarci.
Se invece la parola detta o scritta è seria e profonda, ha bisogno di un alone di silenzio, di ascolto e di concentrazione.
Pratichiamo, allora, un po’ tutti l’ascesi nel dire, prosciugando le labbra dalle parole stupide e inutili e se per caso non abbiamo nulla da dire, non diciamo nulla.

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Nicola Montereale
Nicola Montereale è nato a Trani (BA) il 1 Febbraio 1994 e vive ad Andria. Ha conseguito la maturità classica presso Liceo Classico “Carlo Troia” di Andria, e negli anni 2007-2010 è stato alunno presso il Seminario Diocesano. Attualmente studia presso l’Istituto Teologico “Regina Apuliae” di Molfetta. Inoltre, è autore di un saggio di ricerca, pubblicato nel 2013 e intitolato “Divinità nella Storia, Dio nella Vita”.

2 COMMENTI

  1. Condivido quanto scritto. MI chiedo solo se non è il caso di parlare meno di ciò che avrebbe scritto Plutarco e più di ciò che si è riuscito a metabolizzare e a fare proprio di tanti secoli di parole oramai troppo pompose e seriose. Il tempo che viviamo sembra non aver generato scrittori, poeti, filosofi degni di attenzione?

    • Grazie Damiano per il suo commento. Se ha avuto modo di leggere gli altri miei articoli sui temi dell’essere e dell’esistere, può notare che le citazioni in essi contenute non sono solo di autori dell’antichità come Plutarco, Seneca ecc., ma anche di autori moderni e contemporanei, come Pascal, Gibran, Heidegger e altri.
      Solo che scrivendo su questo tema , mi è sembrato più appropriato Plutarco perché ha scritto un testo, quale appunto “L’arte di saper ascoltare”, che sembra di una attualità incredibile. Ma comunque accetto volentieri il suo consiglio. Anche se le confesso che io amo gli autori non solo contemporanei, ma anche “antichi e sempre nuovi”, proprio perché siamo nani sulle spalle dei giganti. Se non ci fossero stati gli antichi, gli autori contemporanei non avrebbero visto oltre.
      Ma la ringrazio di vero cuore. Nicola

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