È una valigia di plastica rosa di stampo cinese la valigia che contiene i tuoi sogni, tua madre la teneva pronta in cima a un armadio dentro casa, era lì da mesi, forse da anni, aspettava che tu crescessi appena un po’, ma non troppo, al massimo 12 chili.

È nuova, non ha etichette attaccate sopra, non ha visto aeroporti, stazioni, isole lontane.

Era lì in attesa di quel viaggio speciale, certi viaggi non hanno prezzo, non sono su catalogo, e non sono low cost perché a volte non sono stati pagati solo in denaro, a volte sono costati mille volte tanto il loro valore, ma con la speranza di fare la scelta migliore possibile tra le poche concesse.

Tua madre una notte l’ha presa da quell’armadio, era impolverata, ci ha fatto quattro buchi con un cacciavite, due sopra più grandi, due sotto, poi ci ha messo dentro un sacco di juta e qualche bottiglia di acqua, un casco di banane e dei datteri essiccati.

Poi quando anche l’ultima stella è stata coperta dalle nuvole ti ha chiesto di fare la nanna proprio in quella valigia e tu rannicchiato, come un feto nel suo grembo, hai chiuso gli occhi facendo finta di dormire, facendo finta di non sentire il grido di quel cordone ombelicale che di nuovo veniva reciso, lacerato, forse per sempre.

Viaggiare per la paura di non avere più sogni, viaggiare non a bordo di un barcone come tanti, tentare la via della speranza dentro una culla, dentro una stiva, forse significa non voler smettere di vivere, ma vivere è qualcosa di immensamente diverso dal semplice respirare, dal lasciare che il cuore pompi sangue in quel contenitore che è il nostro corpo, senza un desiderio grande da realizzare, un lavoro, un amore, un’utopia, un figlio, una vita qualunque.

Eri addormentato mentre in quel grembo di plastica cinese venivi scoperto sotto un RX detector.
Come in un’ecografia tridimensionale apparivi a termine, formato, in posizione fetale, vivo, immensamente solo.

La tua culla era vuota, mancavano alcuni sogni, qualcuno si regala, qualcuno ce lo rubano, ma ce ne erano ancora tanti, tantissimi, li hai riconosciuti, si erano i tuoi, potevi ancora prendere altri treni, potevi ancora pensare di partire, improvvisamente li volevi tutti, ne volevi altri ma il desiderio più grande era quello di regalare un sogno, a chi aspettava dentro altre valigie, perché potessero anche loro partire alla ricerca del loro sogno.

Non ci sono solo i sogni nel cassetto, ma anche i sogni nelle valigie.

I gendarmi ti guardavano stupiti, sconvolti, non li vedevano i tuoi sogni, eppure erano lì sotto i raggi X anche loro, magari ammassati, dimenticati, accantonati, messi un attimo da parte.

I tuoi sogni che credevi perduti erano belli, stupendi, pieni di colori, erano di nuovo con te e, anche se lo spazio era piccolo e buio, i tuoi sogni illuminavano quella valigia come un arcobaleno stupendo, sogni che come farfalle colorate volavano e si posavano su di te, come se fossi un fiore e ti sentivi un fiore fortunato, raro, unico.

Avevi per te delle farfalle che nelle ali avevano nascoste piccole felicità.

Avevi un sogno da proteggere, il tuo, quello di tua madre e di tuo padre, quello di tanti altri bambini dentro altre valigie, o dentro le stive delle barche, o nei centri di accoglienza per minori non accompagnati.

Parole vuote per dirvi che, se qualcuno di voi ha una valigia di cartone dimenticata sopra un armadio, ci guardi dentro domani, al più presto.

Noi troveremo qualche ricordo e ci sentiremo forse davvero fortunati.

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Laura Binello
Classe 1964, piemontese di Asti, legata affettivamente ed intellettualmente alla città di Andria. Sono un'infermiera che a bordo di una panda compie viaggi di cura e di relazioni umane utilizzando la narrazione come canale comunicativo e terapeutico. In un mondo sempre più frenetico e in una sanità sempre più medicalizzata la vera rivoluzione è prendersi tempo, il tempo della relazione, dell'aiuto, dell'ascolto, della condivisione. Scrivo per passione e per necessità. Ogni viaggio è un romanzo sulla punta delle dita, ogni storia è per me una pagina bianca su cui rielaborare un percorso di cura sia per la persona sofferente che per me stessa. Promuovo e sostengo nel quotidiano un modello di vita slow e nell'attività professionale adotto un modello sistemico di cura e relazione secondo la Slow Medicine.

1 COMMENTO

  1. Buongiorno , devo dire che l’ autrice con questo suo racconto è riuscita ad esprime quella parte di noi che di fronte a questi eventi si strugge il cuore ma non saprebbe esplicarla a parole, quindi grazie .

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