Shoah: chi non conosce questo nome?

E Nakba: chi sa cosa significhi?

Eppure, strano a dirsi, sono sinonimi. Entrambe le parole significano: “Catastrofe, sciagura, distruzione, rovina”.

Solo che lo dicono in due lingue diverse e per indicare due distinte sciagure.

La prima parola, Shoah, come è noto, è in ebraico e segna una catastrofe che da poco la Giornata della Memoria ci ha nuovamente ricordato. Sei milioni di Ebrei passati per il camino, ma anche tanti, tantissimi omosessuali, disabili, zingari, oppositori politici di Hitler.

La seconda parola, invece, è in arabo e ricorda la distruzione di un numero imprecisato di villaggi palestinesi: almeno quattrocento o forse più, rasi al suolo dall’esercito di Israele per far posto alle case del neonato Stato Ebraico, a seguito della dichiarazione unilaterale di Ben Gurion, il 14 maggio 1948.

Tre anni, appena tre anni e le vittime si erano trasformate in carnefici e chi aveva fatto le valigie sotto la miniaccia dei mitra nazisti, le faceva ora fare sotto la minaccia delle armi israeliane. Furono 700.000 i profughi palestinesi costretti a lasciare la loro terra. Oggi, sono più di 5 milioni e dopo 67 anni ancora attendono il ritorno.

Domenica, 1 febbraio, alle ore 19.30, presso la libreria “Persepolis”, della Shoah e della Nakba ne ha parlato il direttore di Odysseo, il prof Paolo Farina.

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Un uomo e un docente che ha visitato Auschwitz, Terezin e la Risiera di san Sabba, le Fosse Ardeatine, il Ghetto di Roma e quello di Varsavia. Salvo poi incrociare le strade della Cisgiordania, tra i campi profughi dei Palestinesi e quelli di nomadi Jahallin. Lì, nella Terra “santa” e maledetta, egli ha visto i checkpoint e ha camminato lungo il Muro: non quello di Berlino, che per fortuna è oggi solo un pezzo di museo, ma quello della Green Line, che per oltre 700km separa Israele dalla Palestina, Gerusalemme da Betlemme.

Un uomo e un docente che visto l’uomo negare l’uomo: ad Auschwitz come a Hebron.

E che in entrambi i posti ha condotto i suoi alunni.

Con loro ha scritto: “I giovani, tra memoria e libertà” e “Guerre dimenticate”, ma anche “Exist is to resist. Studenti in viaggio: in Palestina” (EtEt Edizioni, Andria 2014)

Per raccontare un viaggio, uno solo. E verso la stessa meta: la Shoah non può legittimare la Nakba, la Nakba non può far dimenticare la Shoah.

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