Cosa c’è di sensazionale nella ricerca scientifica? Tutto, penso. Eppure, rispetto all’enorme quantità notizie che passano ogni giorno sui mass media, quelle scientifiche ne sono una parte minima.

L’ultima copertina di “Nature” fa molto meno notizia rispetto allo stile “poro nonno” dell’ultima giacca di Johnny Depp, riceve molti meno click e condivisioni, meno commenti, meno tweet e “mi piace”, eppure è probabile che le notizie di quella copertina cambieranno la nostra vita molto più del contrasto verde vomito/red carpet che tanto ha sconvolto il sensibile animo del pubblico.

La verità è che “Nature” non fa notizia perché è troppo complicata, oggettiva, invisibile, astratta e impalpabile; seppur affascinante, suscita diffidenza e richiede dedizione e fatica.

Comunicare la scienza è difficile, occorre non solo conoscere molto profondamente la materia di cui si parla, ma bisogna anche semplificarla, renderla vicina alla quotidianità del proprio pubblico e ricorrere a faticosi compromessi tra il rigore nella esposizione e la semplicità della spiegazione, senza rinunciare ad una piccola dose di spettacolarità e leva emotiva. Questa è un’impresa ardua e necessaria: la divulgazione scientifica, ed in generale la diffusione del sapere, è un mezzo prioritario per favorire la crescita di una società democratica. In linea di principio ci sono almeno due motivi per cui questa affermazione è vera, in primo luogo, una cittadinanza scientificamente educata è una cittadinanza informata ed abituata al pensiero critico; in secondo luogo, accedere alla conoscenza è considerato un diritto.

Divulgare la scienza serve anche per rispondere alla società su come la comunità scientifica investa i propri fondi: il problema di carenza di finanziamenti ai ricercatori è dovuto in parte alla scarsa considerazione che sino ad ora il pubblico ha dato alla scienza, ma anche alla scarsa considerazione che gli scienziati hanno dato al pubblico. Diffondere il più possibile i risultati del proprio lavoro è quindi un primo passo verso una comunicazione tra i contribuenti e gli studiosi, costretti ad uscire dall’isolamento del proprio laboratorio.

In ultimo la diffusione di conoscenza, a lungo termine, permette una maggiore consapevolezza e cultura della classe dirigente di un Paese, con ovvio beneficio nella conduzione politica di una società.

Per queste ragioni credo che lo sforzo di spiegare al grande pubblico, ai più giovani, ai potenziali finanziatori, ai contribuenti ed ai politici il risultato del nostro lavoro sia un dovere ed un importante investimento. Raccontare il nostro metodo di lavoro, le ragioni della nostra ricerca e l’impatto, immediato o futuro, che questa potrebbe avere sulla quotidianità è una grande prova di trasparenza ed onestà, in ultima analisi, di democrazia.

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Edoardo Ceci Ginistrelli
La mia vita è ricerca, di qualcosa o di qualcuno o forse di me stesso. Tendo ad incasellare ogni cosa in uno schema razionale la cui imperfetta complessità ogni giorno mi meraviglia. Spezzo il limite di questo equilibrio grazie alle straordinarie persone che mi circondano ed all’incontro con la natura incontaminata. Ricerco per passione e per mestiere, sono studente di Dottorato al Politecnico di Torino presso il dipartimento di Scienza Applicata e Tecnologia. Mi occupo della sintesi e della caratterizzazione di vetri per applicazioni in fotonica. Odysseo è il mio primo esperimento di scrittura. Mi imbarco con curiosità! (Nel caso incontrassimo sirene legatemi ad un palo!)

2 COMMENTI

  1. Davvero complimenti per questo e gli articoli! Sono scritti molto bene e facili da capire!

    Concordo in tutto. Hai messo in chiaro uno degli aspetta più controversi della ricerca scientifica, che fra l’altro è anche una delle ragioni per cui al momento non considero di continuare a lavorare nel mondo accademico. L’idea di dover spendere anni e anni della mia vita a fare ricerca (dottorato, postdoc) in una parte piuttosto ristretto della biologia e avendo un effetto sulla vita di un gruppo ristretto di persone che si occupano della stessa cosa non mi aggrada troppo.

    In Biologia, poi, il problema è ancora più rilevante, perché in questo settore si tende a pubblicare molto di più che in chimica e fisica (correggimi se sbaglio) e quindi il rischio di passare inosservato è ancora più grande.

    Come hai detto tu, “Comunicare la scienza è difficile, occorre non solo conoscere molto profondamente la materia di cui si parla, ma bisogna anche semplificarla, renderla vicina alla quotidianità del proprio pubblico e ricorrere a faticosi compromessi tra il rigore nella esposizione e la semplicità della spiegazione, senza rinunciare ad una piccola dose di spettacolarità e leva emotiva”

    Secondo te, cosa dovrebbe cambiare (nel pubblico, nella comunità scientifica) così che un giorno sia possibile comunicare la scienza con la stessa (o simile) facilità in cui comunichiamo le notizie di gossip? Qualche rivista come Nature ha mai provato a pubblicare uno dei suo numeri con i suoi articoli scritti in un modo più semplificato e rivolti alla gente “comune” ?

    • Caro Paolo,
      grazie per il tuo commento, che mi da occasione di precisare alcuni aspetti. Vorrei distinguere, nel grande campo della letteratura scientifica, due tipi di testo: quelli di carattere prettamente tecnico, destinati ad un pubblico specialistico ed adeguatamente preparato, dai testi di carattere divulgativo, destinati ad un pubblico non di settore e di conseguenza semplificati e mediati …ma pur sempre rigorosi!!
      Trascurando la prima categoria, che meriterebbe una discussione a se, mi concentro sui testi divulgativi. In questo ambito sia chi scrive, sia chi legge, dovrebbe fare la sua parte: per primi i giornalisti dovrebbero prestare molta attenzione alle fonti ed al rigore dell’esposizione, in seguito i lettori dovrebbero prestare attenzione a non credere a notizie “bufala”.
      Tutte le importanti case editrici di articoli scientifici (Nature, Science, Elsevier, Springer ecc…) hanno un settore dedicato alla divulgazione scientifica, anche editori più piccoli e di settore si sono orientati in questo modo (eccellente secondo me il sito della Optical Society of America, tanto per citarne uno!) la qualità dei loro articoli divulgativi e solitamente eccellente. Il problema però è che questi articoli richiedono comunque un grado di cultura medio alto, tipicamente un buon diploma o la laurea, e ottima conoscenza dell’inglese.
      Questi articoli delle grandi case editrici sono spesso anche le fonti da cui attingono i giornalisti delle testate generaliste (quotidiani, magazine, blog ecc…), che ragionano però con criteri molto diversi da quelli scientifici. In questo passaggio, solitamente, avvengono i peggiori disastri: fretta, scarso rigore o peggio il desiderio di giustificare un’opinione travisando un risultato scientifico creano le peggiori polemiche a cui assistiamo ogni giorno. Da questo solo una sana deontologia professionale ed il costante controllo della comunità scientifica possono salvarci. Bisogna sradicare la tendenza a mantenere la scienza chiusa dentro i laboratori universitari!

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