Tranquille. Tranquilli. Non è mia intenzione inaugurare l’ennesima rubrica di ricette. La rete ne è piena zeppa. Dappertutto imperversano blogger d’ogni genere – tra i millanta (termine veronelliano che sta per numero incalcolabile) mi ci annovero anch’io -, molte volte facili al copiaincolla, che di preparazioni ne dispensano a bizzeffe per tutti i gusti, per tutte le tasche, di bassa media alta difficoltà. Il vero problema è scegliere, sapersi districare nell’anarchica marea montante di buone cose (poche) e pattume (assai di più).

L’anarchico che diede inizio alle cose buone e al quale la gastronomia, l’enologia, la manifattura agroalimentare italiane dovrebbero tributare perenne riconoscenza, intitolargli vie e innalzare monumenti in ogni piazza, è ormai quasi dimenticato quando non misconosciuto. Eppure quelli che sul digitale terrestre dell’orbe terracqueo possono pontificare a tutte le ore del giorno di piatti, di tradizione, di produzioni tipiche, di cucina innovativa, di tecniche e di fantasia, devono fama, fortuna e denaro alla loro bravura certo ma anche a Gino Veronelli figura centrale nella valorizzazione e nella diffusione del patrimonio enogastronomico italiano (Wikipedia).

Crociano di fede anarchica, condusse dal 1970 al 1977 sul primo canale RAI (oggi RAI1) la seguitissima trasmissione A tavola alle 7, antesignana degli attuali cooking show. Fu protagonista di epiche battaglie sulle denominazioni d’origine, a difesa della qualità, della civiltà contadina e dei piccoli produttori tanto da scontare sei mesi di carcere per aver appoggiato i vignaioli piemontesi nell’occupazione della stazione ferroviaria di Santo Stefano Belbo sostenendo che i disciplinari di produzione dei vini favorivano principalmente gli interessi dei monopoli e delle industrie anziché quelli dei contadini.

Angelo Pagliaro sul settimanale anarchico Umanità Nova del 31 gennaio 2010 così lo tratteggiava: come Fabrizio De Andrè, Leo Ferrè, George Brassens anche Luigi Veronelli era un libertario, un uomo colto, senza dogmi, senza ipocrisie, in perenne lotta contro le armate schiaviste delle multinazionali.

Scrive nella prefazione dell’edizione 1989 de “Le Cose Buone di Veronelli”: …L’aver battuto in lungo e in largo – dal 1956, pensa te – le terre della nostra Italia alla ricerca di cibi e di vini veri, m’ha reso ricco d’immensa ricchezza (come posso, allora, non ringraziare il destino di avermi sottratto a studi, ed occupazioni, di filosofia e di commercio – amati i primi, le seconde no – entrambi poco intensi?). Il lungo viaggio m’ha dato piena coscienza: la patria è ciò che si conosce e si capisce, così che avverto la necessità di comunicare, paese per paese, città per città, le piacevoli risultanze…

…Ho scritto questo libro e, al termine di ogni cartella, mi sentivo più giovane. Pensavo al mio primo, “I Vini d’Italia”, degli anni cinquanta, mezzo millennio, quasi, dopo l’opera in latino, del Bacci. Toccava gli “interessi costituiti”; e fu subito guerra: anni e anni di contese; quelli a giurare: ormai il vino non poteva essere che un prodotto di massa, facile, passante e soprattutto di gusto monotono; a contraddirli io, e predicare l’esigenza, nei vini, della reale qualità: tanti cru, ciascuno capace di un suo proprio racconto.

Non ho perso alcuna battaglia e vinto la guerra. Ogni giorno sono proposti cru nuovi, concettosi e dialettici: davanti ai vini “facili” è il baratro; quelli che allora…pure loro predicavano la reale qualità.

Anche “Le Cose Buone” tocca gli interessi costituiti. Ci sarà la guerra, ma condotta con mezzi e modi diversi (ne sono molto curioso) da che tutti – ma tutti tutti – oggi, a parole, la proclamano l’esigenza qualitativa.

Convinto che un cibo, per essere realmente buono, deve “sentire” l’animo dell’uomo che lo produce o prepara…

…Il patrimonio gastronomico italiano – così com’era il patrimonio enoico prima della mia prima opera, “I Vini d’Italia”, – è “a grave rischio”…

Ma …Sino a che ci saranno uomini e donne che assumono quale canone positivo della vita il piacere così nelle sue connotazioni immediate, e fisiologiche, come in quelle sociali e psicologiche, anche mangiar’e bere non sarà incognita quotidiana”.

Ho lasciato parole e musica a Veronelli – peraltro autorevole ospite ad Andria nella giuria d’un QOCO di qualche anno fa – sia per la prosa sublime sia per l’attualità delle asserzioni. Esse parole, fanno giustizia dell’improvvisazione e della faciloneria, in fatto di cibo e di cucina, alle quali purtroppo spesso ci troviamo di fronte. Non credo di esagerare quando parlo, per certi ricettari ancora in circolazione, di deep cooking, di bricolage del galbani e di etica della sottiletta. Nella città che aspira ad ottenere la IGP per la Burrata è davvero una beffa.

Siamo zelanti nel diffondere il verbo del chilometro zero e del più recente chilometro “vero”, inaugurato dall’amico Pietro Zito. Speriamo, però, che per uno dei nostri “manufatti” più rappresentativi non si debba inventare il chilometro nero.

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Pinuccio Pomo
Pinuccio Pomo ovvero Giuseppe Pomo. Giornalista, copywriter, blogger, food&wine writer’s. Implacabile adescatore di giovani e belle signore, ha imparato a sostituire le caramelle con le parole. Incoraggiato dai successi, ha deciso di mettere a profitto la sua facoltà di parolaio impenitente nella comunicazione d’impresa dove gli succede, per contrappasso, di sostituire intere frasi con manciate di caramelle. Insaziabile gola profonda di manufatti culinari e di alchimie alcoliche, è assillato dai giochi verbali. Ha coniato l’anagramma del suo nome “Geme su pioppo” a cui preferisce “I! Gemo su poppe”. Ha pubblicato la trilogia Cremolate Tremolanti - Imeneo - Lettere a Malena (Sveva Editrice) Cura il blog vinocucinapiaceri.wordpress.com È segretario regionale AGAP (Associazione Giornalisti Agroalimentari di Puglia).

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