Figli in guerra

“In pace i figli seppelliscono i loro padri; in guerra, invece, sono i padri a seppellire i loro figli”.

(Erodoto)

Prendere la parola dopo quello che è successo a Parigi il 13 Novembre scorso è difficile. In più i media e i giornali – come al solito – hanno parlato e sparlato abbastanza in questi giorni, invece, di fare silenzio e rispettare tutta quella gente freddata dalle belve del terrorismo. Se, poi, tutte quelle parole servissero a fare concretamente qualcosa, tanto di cappello, ma se – come al solito – cadessero nell’oblio, sarebbe meglio fare silenzio.

La nostra riflessione, allora, non vuole essere un resoconto di quello che è successo nella città parigina e né tanto meno esprimere concetti già tritti e ritritti in questi giorni nei talk show, ma cercare di fare una riflessione tematica generale sulla guerra. Ed è con timore e tremore che ci accingiamo brevemente a trattare un tema così antico e altrettanto attuale.

La guerra – come si è richiamato nel titolo – può essere paragonata, riprendendo un’immagine tratta dal grande “codice della cultura occidentale”, quale la Bibbia, alla “regione della polvere”.

Tale espressione la si trova precisamente nel libro di Daniele al capitolo 12 e versetto 2.

La guerra è un male perché crea più malvagi di quanti ne toglie di mezzo”. Pochi immaginano che a bollare in modo così realistico la guerra sia un filosofo apparentemente così astratto e “teorico” come Kant. Eppure egli colpisce al cuore una logica perversa che alberga in molte menti e non solo in quella degli strateghi militari: usare il male per eliminare il male.

La guerra è il luogo dove tutto si frantuma: si frantumano i palazzi, i luoghi pubblici, ma soprattutto molta gente diventa polvere e cenere.

Di fronte al dolore delle famiglie frantumate dalla violenza bellica Erodoto ricordava un dato a prima vista ovvio: in guerra “al contrario di quanto è nell’ordine delle cose ” sono i vecchi a seppellire i giovani. In altri termini, la guerra sovverte l’ordine della natura, rema contro il ritmo della vita, fa degenerare la stessa logica dell’essere.

I motivi per incitare a far guerra, pertanto, possono essere molteplici: motivi economici, politici, religiosi, sociali. Quando il rapporto tra due o più popoli s’incrina, l’uomo diviene lupo per l’altro uomo, come ebbe a dire Hobbes. E così si perdono la pazienza e i valori e si inizia a sparare, piegando e piagando soprattutto innocenti e gente che vorrebbe continuare a portare avanti la storia della loro vita.

Con la guerra tutto si perde e tutto si spegne.

La guerra non è e non può essere – come afferma Hegel – “l’igiene del mondo”, come se la guerra purificasse e riportasse a un nuovo splendore le città. Ed è ancora più spaventoso ascoltare tali parole o leggerle dalla penna di un teologo.

Sicuramente le vicende storiche, il contesto nel quale è vissuto avranno  influenzato sul suo pensiero, ma comunque rimane un pensiero orribile.

Però si deve anche ricordare che la logica della ragion di Stato (o del segreto di Stato) che viene accampata per coprire infamie segrete è praticata non solo dall’alto, ma anche dal basso, cioè nel piccolo delle nostre relazioni, quando ricorriamo a giustificazioni di ogni genere per lasciare via libera nel colpire un altro che ci infastidisce o ci è antipatico, pur sapendo che non è la causa vera di quella nostra irritazione.

E allora ci si domanda: quale potrebbe essere una “soluzione” per non creare guerre?

Alcuni rispondono a questa domanda, facendo leva su un’arma senza munizioni, cioè l’arma della memoria. E la memoria rimanda alla storia, soprattutto quella del passato.

Se è vero che la storia è “magistra vitae”, è allora proprio dalla storia che si deve ripartire, facendo del passato non una puntata da replicare nel presente, bensì un avvertimento per non ripetere gli stessi errori.

Altri, invece, invitano al dialogo, all’incontro tra due discorsi forse anche contrastanti tra loro, affinché si lasci alle spalle l’orgoglio per pensare al bene della gente che vuol vivere.

Come sappiamo, però, queste due “soluzioni” possono fare molto, ma da sole possono pure non fare niente, perché il tema della guerra ha intorno a sé tante questioni, tante maglie che si incrociano, si annidano e annodano tra loro.

Al termine di questa riflessione, breve, striminzita rispetto al complesso tema della guerra non possiamo non sottolineare quanto importante sia la pace.

Già nella riflessione della scorsa settimana, citando don T. Bello, abbiamo parlato dell’importanza della pace come convivialità delle differenze; ora, invece, si possono rileggere e rimeditare le parole di papa Pio XII, il quale diceva semplicemente che “nulla è perduto con la pace, ma tutto può esserlo con la guerra”.

E qui historia docet!

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Nicola Montereale
Nicola Montereale è nato a Trani (BA) il 1 Febbraio 1994 e vive ad Andria. Ha conseguito la maturità classica presso Liceo Classico “Carlo Troia” di Andria, e negli anni 2007-2010 è stato alunno presso il Seminario Diocesano. Attualmente studia presso l’Istituto Teologico “Regina Apuliae” di Molfetta. Inoltre, è autore di un saggio di ricerca, pubblicato nel 2013 e intitolato “Divinità nella Storia, Dio nella Vita”.

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