1700 cadaveri ritrovati in fosse comuni a Tikrit, in Iraq: sembra certo che siano appartenuti a soldati iracheni caduti per mano dell’ISIS.

152 persone, tra studenti e componenti dello staff del campus dell’università di Garissa, in Kenya, in larga maggioranza cristiane, barbaramente e vigliaccamente assassinate ad opera del gruppo islamista somalo Al-Shabaab.

E allora è davvero il tempo delle domande. Anche per una testata come Odysseo, che non crede a morti di serie A e di serie B, che prende le distanze da tutti i fondamentalismi, a cominciare da quello occidentalista, che crede nel dialogo e nella informazione imparziale.

Anche per noi è il tempo di domande: siamo in guerra e non lo sappiamo? È forse scoppiata la Terza Guerra Mondiale, come Papa Francesco già da tempo ha avvertito? Perché ci odiano così tanto? È davvero da ingenui credere, predicare, marciare e manifestare per la pace?

Non v’è dubbio che quanti vogliano soffiare sul fuoco della diffidenza, dell’ostilità al diverso, dell’impossibilità dell’incontro tra culture, stiano trovando, in questi tempi, argomenti abbondanti, e di comodo, per sostenere le loro argomentazioni che al nostro olfatto, ad essere franchi, mandano il maleodorante lezzo razzista.

Nondimeno, sembra proprio il tempo di ammainare il vessillo della “convivialità delle differenze”, metafora di pace che un profeta come don Tonino Bello aveva voluto sventolare nella martoriata Sarajevo (era il dicembre 1992, la guerra nei Balcani infuriava e il Vescovo Bello era già ammalato del cancro che, di lì a qualche mese, lo avrebbe condotto alla morte). La convivialità delle differenze: metafora di una pace che oggi appare quantomeno utopica, se non derisa.

Eppure: se non ora quando? Se la pace non la si predica al sorgere dei conflitti, quando spendersi per essa? Quando ricordare che è l’unica soluzione possibile, se non in assenza di soluzioni che non siano di morte, di violenza efferata, di dissoluzione dell’umano?

Ammoniva Martin Lutero: «La pace è più importante di ogni giustizia; e la pace non fu fatta per amore della giustizia, ma la giustizia per amor della pace».

E un grande “laico”, il presidente “più amato dagli Italiani”, Sandro Pertini, ci ha detto: «L’Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della terra. Questa è la strada, la strada della pace che noi dobbiamo seguire».

Noi di Odysseo, tanto credenti quanto “laici” (si usa dire così, forse sarebbe più bello dire: “credenti nell’uomo”…), nell’uomo vogliamo credere, l’umanità vogliamo difendere, nella pace continuiamo a sperare e per la pace intendiamo seguitare a impegnarci: e a scrivere.

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