Non vi è mai capitato di ascoltare una canzone e che questa rispecchiasse il vostro stato d’animo a tal punto da sconvolgervi la vita? Credo che ciò sia avvenuto a tutti noi. Vi sono persino alcuni che si tatuano frasi delle loro canzoni preferite, come se la mente non giocasse un ruolo sufficiente nella vita di ogni singolo individuo.

Ciò malgrado, ritengo che la musica sia la traduzione sonora dello spirito silente che è in ciascuno di noi. La musica dà voce alla nostra anima, alle sue gioie e dolori, i quali si susseguono al pari delle note, tanto da divenire versi di una poesia melodica.
Nei primi anni del ’900, è stato dimostrato che la musica non è solo un diversivo, ma garantisce migliore equilibrio e armonia psico-fisica, tanto da parlare di musicoterapia, intesa come metodologia di intervento per un lavoro psico-pedagogico, utile per anziani, malati di Alzheimer, ma anche per tranquillizzare le gestanti o il recupero cognitivo dei bimbi diversabili.
Del resto, tale effetto benefico era stato già riscontrato presso le culture antiche, nelle quali musica e medicina erano considerate la medesima cosa, il sacerdote-medico (sciamano) sapeva che la musica ha un potere incantatorio sulla parte irrazionale della mente, che procura benessere.

In altri termini, la musica è rimedio alla sofferenza che spesso tedia l’anima dell’uomo, a tal proposito è necessario evidenziare l’importanza degli “spirituals”, i canti degli schiavi africani nelle piantagioni americane, già alla fine del ‘700. Si tratta di canti che liberavano parole di dolore e rabbia contro i padroni bianchi, intonate in lingua madre da una voce solista e che tutti gli altri ripetevano in coro: la musica univa così le coscienze individuali in un’unica voce, una voce di protesta. Non a caso, già Michelangelo Buonarroti scriveva: ”La musica inesorabile rappresenta la verità sociale contro la società”.

E se fino al ‘700 in Italia la musica scritta ed eseguita a Corte, a partire dalla Rivoluzione Francese, la storia cambia drasticamente, il popolo rivendica la libertà, come diritto che spetta a ogni individuo e in virtù del quale è padrone di autogovernarsi per mezzo di rappresentanti. Tale processo di cambiamento interessa anche la musica, essendo quest’ultima nata con e per l’uomo: basti pensare che, in una caverna in Germania, è stato ritrovato un flauto a tre buchi risalente all’Alto Paleolitico, cioè a più di 30000 anni fa. Nel 1800 la musica diveniva lo strumento attraversa il quale molti intellettuali tentavano di tradurre le idee politiche: non solo Leopardi che commenta Rossini, ma come non citare il Verdi del Nabucco? Fu proprio quest’opera, composta nel 1842, a farsi interprete del sentimento dell’amor patrio del popolo italiano che lottava per liberarsi dalla dominazione austriaca, divenendo così simbolo del Risorgimento italiano.

Nella storia d’Italia, altre canzoni diventeranno simboli storici e politici che hanno diviso in due la coscienza nazioale, come “Giovinezza”, inno del periodo fascista, o “Bella ciao”, inno della Resistenza italiana. Ancora adesso, si sente parlare di musica di destra o di sinistra, ancor meglio di musica tendenzialmente di centrosinistra o tendenzialmente di centrodestra, e credo che l’intoppo sia nella parola “tendenza” poiché tutto è questione di attitudine, inclinazione e moda, tutto si basa sull’apparenza e niente sulla sostanza, tanto che a noi non resta altro che metterci le cuffie e ascoltare la musica, in particolare quella classica, che ci isola dalla vacuità del mondo e ci permette di raggiungere un’altra dimensione, che Schopenhauer chiamava “metafisica dei suoni”.

Ho, infatti, l’impressione che, dal ventesimo secolo in poi, si sia affermata la figura dell’ “intellettuale politico-musicista” e che la politica si faccia più nelle canzoni che nelle aule parlamentari, ma questa è un’altra musica…

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Francesca Labroca
Studentessa di lettere moderne a Bari, nata ad Andria nel 1995. Mi piace la letteratura, la filosofia, la psicologia. Che cosa avranno in comune tali discipline? L’uomo e le sue contraddizioni, raccontate nei libri, studiate e indagate presso altri uomini. Mi piace conoscere, non smetto mai di imparare, di confrontarmi con la realtà e osservarla scrupolosamente come un aspirante scienziato. Quando mi hanno chiesto di descrivermi, impresa fin troppo ardua, ho pensato a due personaggi che hanno influenzato tutte le mie scelte, tali da divenire modelli educativi: Giorgio Gaber e Roberto Vecchioni. Satira e poesia, due capisaldi della mia vita.

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