La notte si era colorata di palloncini e odorava di serti di aglio fresco messo ad essiccare. Dal mare spirava una brezza salmastra e grigia nella quale annegavano gli oleandri e i gerani sui balconi di pietra. I muri rimettevano la caldana del giorno sui petti sudati e ansimanti degli amanti. Il loro violento gracidìo s’udiva per le strade imbevute di basilico e dei residui della baldoria insieme con il rotolare delle bottiglie vuote e delle ultime lontane battute della grancassa.

Don Liborio, lanciando occhiate sulle bancarelle di torrone illuminate dai cannelli ad acetilene e sui venditori di fischietti, rientrava lentamente dopo i giudizi sui fuochi della domenica, sparati a mezzanotte in onore del Santo. Ripensava alle sequenze delle batterie appoggiandosi ad un bastone d’ebano fregiato d’argento che menava all’incedere del passo, sospendendone brevemente la traiettoria a pochi centimetri da terra.

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La stretta e il colpo scuro l’avevano deluso per una interruzione nella tracchiatura delle bombe finali che attribuì all’eccessiva umidità degli stoppini. Aveva passato i novant’anni ma conservava fiero il portamento e altero lo sguardo di due occhi glauchi che ormai si andavano spegnendo dietro il velo di un umore liquido e malinconico. Il tempo aveva posto i suoi sigilli con macchie di caffè sulle mani candide e con chiazze d’erba bluastra sul naso e tra la compatta selva bianca della barba e dei mustacchi.

Nel tratto che lo separava per giungere a casa ingannò il senso di improvvisa spossatezza divertendosi a cacciare avanti con il bastone e con i piedi una mandorla scovata ai bordi del marciapiedi, sfuggita al ricovero notturno nei lamioni lastricati di lustre chianche bianche.

Quella notte trovò il portone pesante. Lo spinse e gli comparve davanti la figlia, affilata ed esangue nella sua vestaglia di elicrisi nivei. Lo aspettava sempre per insinuargli nel cuore le poche briciole d’amore e di compassione che le rimanevano insieme con un bicchiere di latte tiepido prima di metterlo a dormire su un materasso di lana cardata a mano tra lenzuola di lino odorose di liscivia. Le cedette il bastone e si lasciò cadere sulla sedia impagliata, prostrato e circonfuso di profumo alla vaniglia raccolto dalle bassine di rame che nella festa roteavano fumanti a caramellare frutti di mandorle e di nocciole.

Girò lo sguardo svenevole e incrociò nello stanzone la Madonna del Carmine, con il Bambinello incoronato in braccio e le anime del purgatorio imploranti ai piedi. Era appesa sghemba nella cornice liberty di legno sulla parete di tufo rinfrescata a calce cilestrina. Il simulacro ricambiò con un’angelica occhiata di pietà. Dilatò la bocca per risucchiare tutta l’aria dell’universo in un estremo respiro che gli diede forza.

Poi, sotto la scorta misericordiosa della figlia, si avviò verso il letto. Si distese mugolando per le afflizioni delle giunture logorate da mezzo secolo passato a tagliare e ad intagliare legno per ricavarne i mobili più belli che s’erano visti fino ad allora. Si addormentò barbugliando una Salveregina mentre dal soffitto cadeva una nevicola di sfoglie di intonaco azzurrino.

In un dormiveglia senza requie sognò la moglie e l’altra figlia, la piccola, sacrificate entrambe alla falce della spagnola nell’inverno del ’19. Lo chiamavano con vocine flebili e con cenni della mano. A quel tempo non permise che la loro bellezza e la solennità della morte fosse oltraggiata dalle secchiate di creolina dei necrofori. Fu lui stesso, nel bagliore freddo dell’alba di gennaio che gli gelò nelle orbite le lacrime d’un dolore inesauribile, a fabbricare due bare di legno chiaro, a incastro, senza chiodi. La grande l’affidò ad un tiro a quattro di cavalli neri, la piccola la tenne sotto braccio fino alla terra del cimitero.

Le batterie d’onore della diana che annunciavano l’inizio dell’ultimo giorno della festa, lo svegliarono. Si ritrovò irretito nelle lenzuola arruffate e bagnate di sudore. L’odore dolciastro della muffa, dall’intonaco scrostato gli arrivò a zaffate sulla faccia accrescendogli la tentazione di rimanere coricato. L’arsura della gola lo costrinse a sedersi sul bordo del letto e a chiedere, con la voce arrochita dal catarro, un bicchiere di acqua fresca e limone.

La figlia, ingiallita nel ricordo perenne dell’unico suo amore, effimero e furioso, vissuto con il turgore dell’adolescenza, accorse profumata di cenere, lasciando sul fuoco del fracassè il ragù a consumarsi per il pranzo. Gli porse il bicchiere e l’aiutò a deglutire. Don Liborio raccontò il sogno mentre la figlia gli asciugava il pianto triste e dolce impigliato nei mustacchi.

Chiese il vestito buono chinandosi sul catino per l’abluzione di acqua e scaglie di marsiglia. Sulla panca di noce massiccia intarsiata con rose di ciliegio, stavano allineati l’abito di grisaglia beige, il cappello panama, le scarpe di capretto e le bretelle blu con gli agganci dorati. Davanti allo specchio della toiletta si sistemò il cappello a falde larghe, controllò il suo orologio da tasca, si appoggiò al bastone e uscì di casa in una gloriosa giornata di fine agosto mentre scampanavano i campanili di tutte le chiese contemporaneamente.

L’aria della mattina gli fece bene. Si avviò verso la piazza zigzagando sui marciapiedi tappezzati di mandorle stese ad asciugare al sole. Sul biglietto verde che il becco del pappagallo cavò dalla cassetta dell’organetto a cartone, sortì Raro cade chi ben cammina.

Nella frase non rintracciò alcun vaticinio e, dispiaciuto, porse nelle mani brune della zingarella qualche soldo d’elemosina. Passò tra il callista e gli imbonitori di elisir. Davanti alla ruota della fortuna acquistò il biglietto 83, ‘o maletiempo. La lamina d’acciaio della ruota troccolò lungamente sotto la spinta energica del giostraio fermandosi sull’85, l’anema d ‘o priatorio, che gli riportò alla memoria dolcemente il quadro della Madonna e dolorosamente il sogno della notte.

Al caffè della piazza scelse un tavolino poco distante dalla cassa armonica. Appoggiò il cappello al bordo del tavolo e con il grosso fazzoletto blu che estrasse dal taschino della giacca si asciugò la fronte imperlata. Dopo aver fatto il giro del paese, la banda si fermò proprio davanti a lui intonando una marcetta allegra. Disegnò sotto i mustacchi un sorriso falso e voltò gli occhi verso il programma della mattinata affisso sul pilastrino in ghisa del chiosco musicale. L’accordatura degli strumenti prima dell’inizio del matinée lo infastidì, ma fu distratto dall’arrivo del cameriere accorso per la comanda.

Senza titolo1Ordinò una granita di limone mentre avvertiva un gorgoglio molesto nelle viscere. L’orchestra intonò l’ouverture del Guglielmo Tell. Il direttore, però, non potette evitare la battuta fuori tempo dei piatti, battuti maldestramente dal percussionista che, nascondendosi dietro i dischi d’ottone, schivò lo sguardo minaccioso dell’uomo in marsina sul podio.

Nel bicchiere di vetrone la gramolata fredda fu attaccata avidamente da Don Liborio su uno sfiato del corno inglese. Da principio il freddo lo ristorò. Rinfrancato, affondò la paletta nel sorbetto sempre più voracemente portandone alla bocca grossi pezzi e ghiacciandosi la mente. Sulla cabaletta de La Traviata, Gran Dio!… morir sì giovine, la peristalsi intestinale si fece intensa, il cuore accelerò i battiti, le gambe si infiacchirono.

Nell’ultima penombra di lucidità decise di rientrare a casa. Lasciò i soldi della granita sul tavolino, prese il bastone e il cappello e si avviò con un’andatura resa incerta dagli spasmi del ventre. Tentò di allungare il passo. Dalla piazza svoltò nella stradina. Nella fissità dello sguardo gli si parò dinanzi la processione dei compagni di gioco d’infanzia, la figlioletta allattata dalla moglie nel vestito da sposa, le zampe di leone dei mobili del sindaco, il caporale agonizzante nel fango della trincea, il ragù di castrato del giorno di Natale, il treno ansante verso il mare, la notte tiepida di maggio, San Giuseppe con i gigli.

La vista gli si annebbiò e i ricordi sfumarono nella confusione. I piedi sdrucciolarono su un letto di mandorle, il bastone scivolò su un guscio. Cadde con la pancia rivolta all’insù, rantolò e si abbandonò ad una risata isterica. Nugoli di pidocchi si staccarono dai malli vizzi delle mandorle e volteggiarono nell’aria. Si sparse un olezzo insopportabile di merda. Dalla bocca del vecchio fuoriuscì un rivolo di schiuma di limone e di sangue marrone.

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Pinuccio Pomo
Pinuccio Pomo ovvero Giuseppe Pomo. Giornalista, copywriter, blogger, food&wine writer’s. Implacabile adescatore di giovani e belle signore, ha imparato a sostituire le caramelle con le parole. Incoraggiato dai successi, ha deciso di mettere a profitto la sua facoltà di parolaio impenitente nella comunicazione d’impresa dove gli succede, per contrappasso, di sostituire intere frasi con manciate di caramelle. Insaziabile gola profonda di manufatti culinari e di alchimie alcoliche, è assillato dai giochi verbali. Ha coniato l’anagramma del suo nome “Geme su pioppo” a cui preferisce “I! Gemo su poppe”. Ha pubblicato la trilogia Cremolate Tremolanti - Imeneo - Lettere a Malena (Sveva Editrice) Cura il blog vinocucinapiaceri.wordpress.com È segretario regionale AGAP (Associazione Giornalisti Agroalimentari di Puglia).

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