Report spiuma Moncler e la Borsa (-4,9 per cento in un giorno solo) fa il resto.

È bastata una puntata di Report per lanciare tre grosse sassate che la Moncler, storico marchio francese acquistato dall’italiano Remo Ruffini, ha dovuto incassare senza colpo ferire. Anche perché la prima azienda italiana di piumini – come ha sottolineato la Gabanelli – non ha voluto misurarsi con i giornalisti.
Eccole le tre “sassate”: il modo disumano di procacciarsi la materia prima (davvero forti le immagini delle povere oche spiumate vive); la scarsa qualità (le piume in fabbrica vengono mischiate con piumaggio di scarsa fattura), da ultimo, ma non certo per importanza, il risparmio esasperato sulla manodopera (con il conseguente taglio dei laboratori artigianali italiani).
La “chicca” finale? L’intervista a un non meglio precisato imprenditore italiano che, avendo trasferito la sua azienda all’estero, ha ripetute volte dichiarato: “Sì, produciamo qui, non ce ne frega un cazzo dei lavoratori italiani”.
Gola profonda, dell’inchiesta di Report, è stato Giuseppe Iorio , ex responsabile tecnico piuma Moncler. Il servizio di Sabrina Giannini lo presenta in questi termini: «… era lui che sapeva tutto di prezzi e materiali nelle fabbriche in Romania. La nostra guida di lusso, ma anche un pentito, che quando ci ha contattati per denunciare il sistema ha premesso che per diversi marchi del lusso proprio lui faceva “il lavoro sporco, e partecipava a quelle strategie” che hanno provocato “la morte di centinaia di laboratori artigianali italiani”».
La mazzata più forte arriva quando Report spiega che un capo, che in boutique costa 1960€, prodotto in Italia costerebbe appena 30€ in più, soldi che potrebbero essere caricati sul prezzo finale senza che nessuno vi facesse particolarmente caso: a cominciare dai “consumatori di lusso”, quelli disposti a spendere una cifra simile per un capo di abbigliamento.
Solo che quei 30€ non significano solo made in Italy garantito. Significano, come spiegano i due imprenditori meridionali, uno di Bari, l’altro di Lecce, almeno 250 operai in più a stabilimento. E invece quei due imprenditori e i rispettivi laboratori, così come almeno un’altra ventina nel Sud Italia, sono stati tagliati dalla Moncler. Senza una spiegazione, senza una ragione. Per il semplice fatto che la Moncler aveva scelto di produrre all’estero.
Logico, a quel punto, lo scatenarsi delle polemiche anti-Moncler sui Social. Alcuni commenti sono davvero irripetibili, ma la foto di seguito allegata ne offre una più che eloquente indicazione.

Foto da mettere nel corpo del testo

[Foto: https://twitter.com/franzrusso/status/529042858041696256/photo/1 ]
A dire il vero, nella medesima puntata, Report racconta anche una bella storia, sembrerebbe quasi una favola, se non fosse vera al 100%, con tanto di cifre, dichiarazioni e documenti. È la storia di Brunello Cucinelli, imprenditore umbro, che davanti alle telecamere di Report racconta: «Ad oggi siamo 1270 persone a lavorare, rispetto a 7 anni fa, siamo triplicati».
Cucinelli è figlio di un operaio, ma è, oggi, uno degli uomini più ricchi di Italia. Normale che gli chiedano se fare made in Italy non sia poi così autodistruttivo e lui, serafico, ribatte: «No, direi di no. Quando ci siamo quotati in borsa ho detto: vorrei credeste nella dignità del profitto, nella dignità dell’uomo. Se volete un’impresa che cresce in modo diverso non è la nostra. I nostri utili sono normali non importanti. È il 9% di utile netto all’anno, un utile sano per una azienda sana».
La ragione di tale successo? Risponde: «È grazie all’Italia che abbiamo questo successo. Altri marchi sono posizionati su fasce inferiori. Hanno immaginato di fare là progettazione italiana e la realizzazione della produzione altrove, ma per un mercato più basso».
Un idealista? Non proprio. Un imprenditore di successo. In chiusura, la Gabanelli ne dà i numeri: «Fatturato di 322 milioni, un debito di 80 milioni su cui paga interessi per 1,9 milioni, ad un tasso del 2,2 percento. Usa le banche per scontare le fatture, ha un debito a rischio zero».

Paolo Farina


[Foto di copertina: notizie.tiscali.it ]

 

 

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Paolo Farina
La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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