Non mi viene mai la febbre. Sarà capitato di restare a letto tre, quattro volte nella mia vita.

Eppure, sarà colpa della grande città, delle corse sfrenate sotto la pioggia torrenziale per prendere il tram che non passa mai, una domenica pomeriggio ho dovuto infilarmi sotto le coperte con il termometro sotto il braccio. La mamma lontana, nessuna coinquilina in casa, la pioggia fitta dietro i vetri appannati, come un nome che mi risuona nella mente e non so da dove venga. “Fortàpasc”. Giancarlo Siani. Sarà mica il fratello del comico?

C’è un ragazzo su una Méhari verde, una macchina che si usa per i safari in Africa. Libero de Rienzo, con la sua voce gracchiante che mi è sempre piaciuta, non recita nella sua solita maniera rapida, leggera, così com’era il Bart di “Santa Maradona”. Stavolta è serio, energico, preciso. Perchè stavolta è nei panni di Giancarlo Siani ( www.giancarlosiani.it ), ventiseienne giornalista napoletano ucciso dalla camorra nel 1985.

Narratore di cuore di una realtà degradata, curioso non per la sola sete di “sapere”, ma perchè dietro gli appalti, dietro alle faide tra famiglie camorriste c’è soprattutto la storia del territorio. Che è nostro, è di tutti. Ecco perchè Giancarlo continuava ad interrogarsi, ad interrogare, a chiedersi il perchè dei tradimenti tra i clan Nuvoletta, Bardellino e Gionta.

A noi, sguardi assopiti, appare come un “rompicoglioni”, uno che punta a farsi martire di camorra, che cerca la morte gloriosa. Ebbene, Giancarlo non ha ricevuto alcuna gloria dalla sua morte e ancor meno ne ha ricevuta per le sue inchieste, se non la sola regolarizzazione del suo contratto di corrispondente da Castellammare di Stabia per Il Mattino.

Gli articoli, le denunce, gli sono valsi il solo isolamento e qualche pacca sulla spalla dai colleghi.

Così sembra accadere anche a Pino Maniaci ( www.telejato.it ), lo “scassaminchia”, giornalista siciliano di Telejato, Partinico. Partinico, a pochi chilometri da Cinisi, luogo di un’altra voce rimasta sola: Peppino Impastato ( www.peppinoimpastato.com ). E Pino Maniaci lo ricorda, per energia e ironia, che instacabilmente da anni conduce il suo telegiornale in cui denuncia e racconta la mafia locale. Più volte minacciato, picchiato, svariate auto bruciate, svariate denunce ricevute. Lui continua, per fortuna. Uno che, come Giancarlo Siani, ha fatto del giornalismo una ragione e non uno strumento.

E Giancarlo, come Pino, girava senza il timore di essere riconosciuto, anzi, talvolta con il preciso intento di farsi riconoscere. Così viaggiava sulla sua Méhari verde che non era proprio in grado di passare inosservata.

Quella Méhari che tanto adorava, forse, non era un semplice vezzo, bensì un più forte simbolo: io sono qui, in questa terra brulla alla ricerca dei leoni. Il mio fucile è la mia penna, che non può nulla se il branco si avventa su di me.

Il 23 settembre 1985 il branco si avventò con dieci colpi alla testa, lasciandolo riverso nel sangue nella sua amata macchina.

A ventinove anni dalla sua morte, con mille altri Siani che raccontano la mafia, la ‘ndrangheta, la camorra e che ancora vengono fastidiosamente isolati come “vanitosi martiri”, non posso fare a meno di chiedermi: a che serve raccontare se il piombo cancella la memoria con una simile facilità?

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Maria Chiara Pomarico
Da sempre convinta anti-aristotelica, credo fermamente nell'impoverimento delle categorizzazioni. Rifuggo dalle definizioni e amo ciò che mi piace, evitando con onestà "ciò che va fatto perché va fatto". Una verità scontata? Non troppo. Ecco perchè tra le mille valide facoltà di Scienze Sociali ho scelto la più indefinita di tutte: Scienze Politiche. Amante della Cultura Mediterranea, arabista incuriosita ed europeista speranzosa, guardando Andria dalla Città Eterna ho compreso l'eterna bellezza della mia terra. Amo il Pianeta e mi stupisco del Mondo.

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