Questo di Di Maio che vuol togliere la pubblicità degli enti pubblici ai giornali è una specie di sovranismo alla matriciana o alla napoletana. Il vicepremier pentastellato è arrabbiato con i giornali che raccontano il balletto ridicolo che da cento giorni cambia ogni giorno verso. La quadriglia del governo con Salvini, a trazione Conte, è drammatica e comica allo stesso tempo, e i giornali -ognuno a modo suo – la raccontano con partitolari finto-inediti, particolari-scoop, o notizie inventate, a immagine e somiglianza dei social pendenti verso Di Maio o verso Salvini, a seconda che inneggino alla cacciata dei negri o al rettito di fancazzeggio.

Già la strada era stata aperta da Toninelli, il ministro da autostrada, che rimbrottava le opinioni dei giornali sulla tragica faccenda del ponte di Genova, vedendo la manina della pubblicità Benetton dappertutto. E non vedendo, invece, che i suoi tecnici di fiducia nominati per Genova cadevano ad uno ad uno per precedenti non edificanti, cioè per essere nel gruppo dei sospetti perditempo che non avevano capito il pericolo, e quando solo Grillo lo definiva una barzelletta. Ecco, Di Maio fa parte della corrente di Toninelli, quella che non distingue un violino da un pianoforte.

Ma la realtà è più potente delle fantasie, e la realtà di questo governo sono i sondaggi, visto che di fatti se ne vedono pochini. Sicchè, visto che i sondaggi premiano Salvini che dà la caccia ai negri e si allea con Orban, altro cacciatore in genere di bianchi o negri per lui pari sono, se non sono polacchi; visti dunque i sondaggi, Di Maio scatena la guerra ai giornali che tutti i giorni, ahimè!, raccontano con preoccupazione (o con soddisfazione) lo stallo del Paese, dove continua la campagna elettorale. E raccontano, ahiloro!, pure i sondaggi.

Ora il nostro Giggino nazionale, che è assurto direttamente dal banchetto delle birre ad autorità dello Stato, dimentica senza pudore che i giornali che oggi gli fanno le pulci, sono gli stessi che divvinizzarono Renzi e poi lo massacrarono. Gli stessi che, dagli anni Novanta del secolo scorso, malmenano quella Casta (in parte immaginaria) e che hanno consentito la nascita del grillismo, più che della Lega che c’è da trent’anni, ma pare che l’abbia inventata Salvini, faccia e prepotenza più che note a quelli della prima Pontida (trent’anni fa). Giggino scopre adesso che la stampa è cattiva, e che quindi va affamata perche non nuoccia al manovratore, anzi alla Triade di manovratori Salvini-Di Maio-Conte, nell’ordine. E ancor più cattiva quando regge il moccolo a Tria, il povero ministro del Tesoro che cerca di salvare il Paese dal disastro (ma chi gliel’ha fatta fare a mettersi con la Triade!).

Ma la faccenda ha un altro lato divertente, per il Ras Salvini più che per Di Maio. Il leghista ha capito che la caccia ai negri e il sovranismo si difende se hai in mano la Rai, e quindi ha puntato le sue carte su viale Mazzini (si riparla di Foa presidente, stavolta con il sì di Berlusconi ormai alla canna del gas). Di Maio, istruito da Casaleggio, ha creduto che il luogo dello scontro sociale fossero i Social con la maiuscola, vista anche la benevolenza de La7 e di qualche giornaletto messo a zerbino. Adesso si accorge di aver sbagliato i calcoli (visti sempre i sondaggi), e lancia alti lai contro i giornali che lo hanno pompato manco fosse Putin. Adesso accade che, in attesa del reddito di fancazzeggio, della neo-Fornero, del No-Tap, No-Tav (che faranno la fine di No-Ilva), facciamo passare un brutto quarto d’ora ai giornali. E chi ha orecchie per intendere, intenda! Capito mi hai?

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Antonio Del Giudice
Pugliese errante, un po’ come Ulisse, Antonio del Giudice è nato ad Andria nel 1949. Ha oltre quattro decenni di giornalismo alle spalle e ha trascorso la sua vita tra Bari, Roma, Milano, Palermo, Mantova e Pescara, dove abita. Cominciando come collaboratore del Corriere dello Sport, ha lavorato a La Gazzetta del Mezzogiorno, Paese sera, La Repubblica, L’Ora, L’Unità, La Gazzetta di Mantova, Il Centro d’Abruzzo, La Domenica d’Abruzzo, ricoprendo tutti i ruoli, da cronista a direttore. Collabora con Blizquotidiano.  Dopo un libro-intervista ad Alex Zanotelli (1987), nel 2009 aveva pubblicato La Pasqua bassa (Edizioni San Paolo), un romanzo che racconta la nostra terra e la vita grama dei contadini nel secondo dopoguerra. L'ultimo suo romanzo, Buonasera, dottor Nisticò (ed. Noubs, pag.136, euro 12,00) è in libreria dal novembre 2014. Nel 2015 ha pubblicato "La bambina russa ed altri racconti" (Solfanelli Tabula fati). Un libro di racconti in due parti. Sguardi di donna: sedici donne per sedici storie di vita. Povericristi: storie di strada raccolte negli angoli bui de nostri giorni. Nel 2017 ha pubblicato "Il cane straniero e altri racconti" (Tabula Dati).