C’è un mix di antico e moderno nel discorso di Matteo Renzi di fronte al Parlamento Europeo. Un tentativo di trovare una sintesi tra selfie e letteratura greca classica, per indicare la via – assai tortuosa – del cambiamento in Europa. Il Premier ha scelto le metafore al posto dei contenuti, abbandonando la sua predilezione verso i power point. Si spera che il documento[1] consegnato agli Eurodeputati offra una risposta ai quesiti dei cronisti internazionali infuriati per la cancellazione della conferenza stampa.

Renzi ha parlato di coraggio, mostrandone però poco verso un Paese che si rivela ogni giorno sempre meno convinto di rafforzare l’integrazione politica europea: la Gran Bretagna. L’ostruzionismo verso la scelta di Juncker come Presidente della Commissione Europea, a favore di un candidato terzo è molto pericoloso. Si rischia infatti di minare le basi della democrazia europea, violando l’articolo 9D del Trattato di Lisbona, secondo cui bisogna “tenere conto delle elezioni del Parlamento Europeo”. Piaccia o meno, per la prima volta i cittadini europei hanno avuto un peso nella scelta del leader della principale istituzione sovranazionale. Le mosse di Cameron non fanno altro che legittimare quelle forze euroscettiche che vedono nel “deficit democratico” il peccato originale dell’UE. Tendere ancora una volta la mano verso questa strategia britannica del “balance of power” significa sostenere il principio del “minimo comune denominatore”: accontentare tutti per non cambiare nulla.

Il richiamo omerico desta poi alcuni interrogativi. Per quanto possa sembrare strano a noi mediterranei, l’epopea non rievoca le stesse passioni in Europa, soprattutto in quella Centrale ed Orientale. Renzi avrebbe quindi fatto meglio a scegliere un’opera più “condivisa” dell’Odissea. La metafora di Telemaco appare infine ancora più discutibile. Si tratta pur sempre di un personaggio che vive di riflesso del padre-eroe, che non incita all’azione le nuove generazioni. L’UE assomiglia oggi a all’esercito acheo stanco e rassegnato di fronte alla mancata presa di Troia dopo un lungo assedio. Ci vogliono allora nuovi Ulisse, che con coraggio e astuzia sappiano individuare delle strade nuove e il più possibile condivise, che conducano il Continente fuori dalla crisi economica e sociale più profonda della sua storia. Come per l’eroe omerico, l’ignoto non deve destare paura, ma al contrario risvegliare il desiderio di spingersi oltre i muri mentali che abbiamo costruito e che legittimano l’attuale stagnazione. Noi giovani europei, non siamo più disposti aspettare come Telemaco, mentre i Proci ci privano delle nostre opportunità. Per meritare l’eredità dei Padri Fondatori non possiamo permetterci una lunga e logorante attesa, ma occorre piuttosto spiccare un “folle volo” verso un cambiamento radicale. #generazioneUlisse

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Daniele Fattibene
Daniele Fattibene è un giovane ricercatore della…conoscenza! Mezzosangue apulo-lombardo, napoletano di adozione ed Europeista convinto (e un pò disilluso) è laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali a Napoli (L'Orientale) prima e Forlì (Alma Mater Studiorum) poi. Si occupa di questioni di sicurezza europea con un interesse particolare verso i Paesi dell’Europa dell’Est. È come tutti noi un Ulisse 2.0, un cittadino del mondo amante delle lingue straniere, del viaggio, dell’ignoto e delle verità “scomode”. Collabora con diverse riviste e magazine online tra cui "AffarInternazionali", "EastJournal", "Social Europe" e "Reset". Lavora presso l'Istituto Affari Internazionali (IAI) di Roma. Twitter @danifatti

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