Esistono due tipi di Europa. C’e’ l’Europa dei leader, dei meeting e dei summit spesso inconcludenti. E c’e’ un’Europa meno appariscente, che scorre silenziosa come un fiume carsico e che sta cambiando profondamente il volto delle nostre società. E’ questo lo scenario che emerge dalla lettura del recente Erasmus Impact Study[1], uno studio della Commissione Europea che analizza l’impatto che la mobilità di studenti e professionisti ha avuto e sta avendo sul mercato del lavoro e per la vita quotidiana dei cittadini europei.

Ben tre milioni di studenti e 350.000 lavoratori dal 1987 hanno usufruito di questa opportunità e i numeri sono destinati ad aumentare grazie al nuovo programma “Erasmus +”. La mobilità degli studenti all’interno dell’UE incide positivamente sulle possibilità di trovare un’occupazione. L’esperienza permette infatti di acquisire una serie di skills molto apprezzate dai datori di lavoro: una maggiore tolleranza verso l’ “altro”, una maggiore fiducia in se stessi, la capacità di lavorare in gruppi internazionali e infine una maggiore abilita’ nel risolvere i problemi. Non e’ un caso se a cinque anni di distanza dalla laurea, il livello di disoccupazione di coloro che hanno effettuato un periodo di scambio all’estero risulti il 23 per cento più basso rispetto ai loro colleghi che non hanno usufruito di questa opportunità. Non solo. Dallo studio emerge infatti che il 64 per cento degli intervistati è riuscito a trovare un’occupazione che richiede elevate responsabilità di gestione. Molto significativi anche i dati relativi al programma Erasmus Placement. Il 30 per cento degli studenti ha ottenuto un lavoro nell’azienda/ente in cui ha effettuato il placement. Il 10 per cento è poi riuscito ad avviare una propria attività, mentre il 75 per cento avrebbe intenzione di farlo. Studiare all’estero accresce inoltre anche la probabilità di trasferirvisi non appena terminati gli studi (il 40 per cento degli studenti Erasmus ha scelto questa strada).

L’Erasmus produce poi un profondo impatto sulle relazioni sentimentali. Il 30 per cento degli intervistati dichiara di aver incontrato il/la proprio/a partner durante un periodo di scambio all’estero. In tal senso, la Commissione Europea ha stimato che dal 1987 sarebbero nati circa 1 milione di bimbi da coppie nate dopo l’Erasmus. E’ la cosiddetta “generazione Erasmus”, uno dei prodotti migliori del processo di integrazione europeo e nelle cui mani è deposto il destino dell’intera Unione. Una generazione che pretende che l’UE la smetta di basarsi solo su algoritmi matematici o diktat economici e che torni ad essere prima di tutto un’ “unione sociale”, che metta il cittadino al centro di ogni progetto. Un’Unione che elabori politiche che tutelino, anziche’ demolire il welfare State.
E’ da questa Europa, cosi’ diversa da quella che ci raccontano i giornali, che si basa sull’incontro con l’ “altro”, sulla tolleranza reciproca e su un “metissage” di culture e tradizioni diverse che bisogna inevitabilmente ripartire!

 

[1] Scarica: erasmus-impact_en.pdf

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Daniele Fattibene
Daniele Fattibene è un giovane ricercatore della…conoscenza! Mezzosangue apulo-lombardo, napoletano di adozione ed Europeista convinto (e un pò disilluso) è laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali a Napoli (L'Orientale) prima e Forlì (Alma Mater Studiorum) poi. Si occupa di questioni di sicurezza europea con un interesse particolare verso i Paesi dell’Europa dell’Est. È come tutti noi un Ulisse 2.0, un cittadino del mondo amante delle lingue straniere, del viaggio, dell’ignoto e delle verità “scomode”. Collabora con diverse riviste e magazine online tra cui "AffarInternazionali", "EastJournal", "Social Europe" e "Reset". Lavora presso l'Istituto Affari Internazionali (IAI) di Roma. Twitter @danifatti

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